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Famiglie maltrattanti e coppie conflittuali che si separano: quale intervento?

 

Famiglie maltrattanti e coppie conflittuali che si separano: quale intervento?

 

Di Lia Mastropaolo1

 

Abstract

L’autrice presenta un modello di Consulenza Tecnica d’Ufficio che superi la tradizionale prospettiva diagnostica e descrittiva per ridefinire un contesto che permetta un cambiamento delle relazioni. La specifica metodologia che ha costruito in questi anni e che ha chiamato “INTERVENTO PER IL CAMBIAMENTO” ha la caratteristica di inserirsi nel contesto peritale, di accettare l’incarico del Giudice, ma al tempo stesso, muovendosi in questa cornice, di proporre  e tentare, con il consenso di tutti,  un lavoro sistemico sulle relazioni patologiche: nei casi di maltrattamento includendo nella “cura delle relazioni” tutti i personaggi coinvolti nell’evento, nei casi di separazione e divorzio lavorando sui gravi conflitti per garantire una genitorialità  consapevole.

 

Parole chiave: coppia, CTU, genitorialità, maltrattamento, Spirale della Violenza, paura.

 

 

L’esperienza di lavoro con i Tribunali, dagli anni ‘80 ad oggi, mi ha messo nella posizione di dover dipanare una difficile matassa che mi ha obbligato a riflettere, fare ricerche, cercare una modalità che rendesse più incisivo l’intervento.

I contesti di lavoro sono stati un Servizio Pubblico Consultoriale per la famiglia, un Distretto Sociale dell’angiporto di Genova e poi il mio ruolo di Consulente Tecnico d’Ufficio del Giudice (CTU) per i Tribunali.

Per quanto riguarda la casistica, stiamo parlando sia di famiglie maltrattanti: situazioni di violenza, delinquenza minorile e tossicodipendenza, sia di coppie altamente conflittuali che si sono rivolte ad un Giudice per la loro separazione e/o divorzio.  In questi casi il Giudice, può farsi assistere da un esperto o ausiliario, cioè incarica un CTU o invia un provvedimento a un Servizio per dare risposta a particolari quesiti. Il tecnico di solito restituisce una diagnosi, una perizia che permetta al giudice di prendere decisioni rispetto alla valutazione delle capacità genitoriali, all’affido dei figli o alla loro collocazione sia nel caso di maltrattamenti o violenze, sia nel caso di separazioni o divorzi.

La mia riflessione nasce da alcuni interrogativi e tentativi di risolvere le contraddizioni che si sono evidenziate nell’affrontare questa difficile tematica.

Nel Servizio pubblico per la famiglia negli anni ’80, all’interno del Centro specialistico di Terapia della Famiglia, da me organizzato, ci siamo posti il quesito di come operare con un'ottica sistemica in "contesti non strettamente terapeutici" come nei casi inviati sia dal Tribunale Ordinario che dal Tribunale dei Minori o dalla Corte d’Appello. Così è nata l'analisi dei contesti istituzionali Tribunale-Servizio che individuava alcuni doppi legami che rendevano inefficace la relazione tra i due macrosistemi e generava confusività e sovrapposizione di ruoli là dove era invece necessario cogliere precise differenze tra i due sistemi rispetto a potere, funzioni e  linguaggi (Mastropaolo L. et al., 1985).

Ho analizzato poi il mandato del Tribunale: la famiglia che entra in questo circuito si aspetta che un Giudice stabilisca chi ha torto e chi ha ragione invece si trova obbligata ad andare a un Servizio per una serie di incontri o da un professionista, comunque  non previsto né richiesto. Il problema è come affrontare l’obbligatorietà di un "invio coatto”. La famiglia non si rivolge volontariamente per risolvere le proprie problematiche ma, sentendosi in un contesto di controllo e giudizio si pone “contro” qualsiasi intervento. Non è motivata, né collaborativa, ma sulla difensiva, pronta a dimostrare quanto l’altro genitore sia inaffidabile nei casi di separazione o quanto il giudice abbia commesso uno sbaglio emettendo un provvedimento di allontanamento dei figli da loro genitori, “loro che solo avevano cercato di educarli con qualche scappellotto di troppo”. D’altra parte mi sono chiesta se la risposta diagnostica al giudice possa considerarsi esaustiva quando, come esperti delle relazioni, lasciamo inalterati conflitti di coppia e problematiche della famiglia. Come potevo, pur nel rispetto di quanto mi chiedeva il committente, permettere che in quella famiglia si protraesse per anni l’alta conflittualità  e la pesante strumentalizzazione dei figli? Come potevo all’interno di quel contesto costruire un intervento che aiutasse a cambiare le modalità relazionali? Perciò ho indirizzato le mie ricerche in questi anni nel costruire una metodologia specifica che ho chiamato “INTERVENTO PER IL CAMBIAMENTO” che ha la caratteristica di inserirsi nel contesto peritale, di accettarlo appieno, ma al tempo stesso di contrattare con tutte le parti in causa e con la stessa famiglia la possibilità di ridefinirlo come spazio per elaborare i conflitti e modificare le relazioni (Mastropaolo L., 1989).

Questa metodologia dell’“Intervento per il Cambiamento” è andata sempre più raffinandosi negli anni; riconosciuta efficace dai giudici, dagli avvocati e dalle famiglie coinvolte, ed è considerata attuale ed è usata nelle Consulenza Tecnica di Ufficio da me e dai miei collaboratori.

 

L’ “INTERVENTO PER IL CAMBIAMENTO” NEI CASI DI MALTRATTAMENTO E VIOLENZA

Nelle situazioni di violenza, di maltrattamento famigliare, di delinquenza minorile e di tossicodipendenza la mia metodologia prevede interventi differenti, a seconda della gravità e delle modalità con cui si manifestano i comportamenti violenti.

ll già avvenuto coinvolgimento dell’autorità giudiziaria indica che si è rilevata colpevolezza e si è messo in atto  un meccanismo di giudizio, è allora che il Giudice del Tribunale Minori o della Procura o della Corte d’Appello invia al Servizio con un provvedimento che definisce la frequentazione o l’allontanamento dei figli dai  genitori per accertare la violenza in quella famiglia. In queste situazioni in genere  l'intervento è di tipo diagnostico. La mia proposta invece accetta l’incarico del giudice e, muovendosi in questa cornice, propone e tenta un lavoro sulle relazioni patologiche. Così sono nate nel Servizio pubblico con il mio gruppo di lavoro le prime ricerche negli anni 80 sulla violenza poi proseguite nel mio lavoro di CTU. Nella prima ricerca sostenevo come fosse importante uscire da un'ottica lineare che si limita a separare il colpevole dalla vittima, identifica il problema della violenza con le misure di tutela del minore e definisce un focus che si concentra su chi fa violenza e su chi la subisce. Sostenevo che il non intervenire sui problemi relazionali che sono all’origine dei comportamenti violenti, rischia di alimentare un focolaio che si riproduce in altre forme: la scelta dell’allontanamento non è “misura unica e risolutiva”.

Utilizzando un’ottica sistemica circolare, ho elaborato interventi utili da attivare sulla problematicità e sulla sofferenza che presentano i protagonisti dell’evento violento, e ho trovato nuovi strumenti che mi hanno permesso di passare dalla linearità vittima-colpevole alla complessità relazionale dell’accaduto. 

Intendo la Violenza Domestica come manifestazione di un malessere che accomuna vittima e aggressore, espressione di un disagio che caratterizza alcuni contesti familiari dove la violenza diventa l’unico modo per comunicare e relazionarsi.

Ritengo sia indispensabile un intervento di cura non solo sul maltrattato ma anche sul maltrattante e sulle relazioni familiari.

Da tutto ciò si può evidenziare come sia importante per gli operatori uscire dalla logica della colpa e del giudizio per entrare nell’ottica delle relazioni, delle relazioni patologiche e della processualità. Anche i tecnici, nel loro operare, riflettono il modo di intendere la violenza e, a seconda dell’epistemologia che li guida, amplificano misure di tutela e di controllo o misure di cura e di cambiamento.

Il compito del terapeuta è diverso da quello di chi è garante della legge e di chi ha il compito di giudicare. L’intervento del terapeuta 
ha come finalità la prevenzione e la cura del disagio. Il lavoro con la famiglia serve per far emergere il 
malessere profondo che determina la violenza intesa come sintomo grave che costruisce una modalità rigida aggressore-aggredito.

Questa ricerca ha portato alla costruzione di un intervento specifico, strutturato e articolato che ho chiamato “Intervento per il Cambiamento delle Relazioni” che,  accettando la marca di contesto di “invio obbligato dal Giudice” ridefinisce la relazione con la famiglia, con l’aggressore e con la vittima. Chiedo ai genitori: “come mai un Giudice ha deciso di levarvi la patria potestà?”, così nella chiarezza del contesto, si procede proponendo un percorso alla famiglia che permetta di utilizzare il tempo dato dal giudice invece che per una diagnosi di genitore maltrattante per affrontare le problematiche che hanno determinato maltrattamento, per superare la relazione patologica e verificare se è possibile che i genitori si riapproprino della capacità genitoriale. Esplicito: “ se siete d’accordo affronteremo i problemi e cercheremo di  capire perché si instaura questo perverso  meccanismo di violenza.” Cogliamo l’occasione di un “invio coatto” di un giudice che ci dà un potere che ci permette di invertire la rotta, di porci in una posizione di comprensione del disagio, di cura uscendo dall’ottica di giudizio. Attraverso un ingaggio introduciamo l’idea che le persone possono cambiare e che, accettando il progetto possono provare a cambiare le loro relazioni; ma accettano anche il rischio che, se falliscono, non possono che condividere l’intervento della legge.  E’ un’idea forte e potente che restituisce all’utente un’ immagine diversa da quella che in genere restituiscono i servizi. Inoltre permette sia a noi che a loro di uscire dalla dicotomia servizio-persecutore, utente-vittima. In genere le famiglie accettano il patto e si coinvolgono tirando fuori e affrontando i problemi.

 

L’INTERVENTO PREVENTIVO NEI CASI DI MALTRATTAMENTO E VIOLENZA

Ho finora descritto situazioni in cui già si è verificata una segnalazione al tribunale e un allontanamento dei figli, ma vi sono casi in cui ritengo si possa aprire uno spazio diverso.  Sono situazioni in cui non c’è ancora una denuncia o una segnalazione del Tribunale, ma il tecnico viene a conoscenza di un disagio, di un maltrattamento, presunto o no, che si può manifestare con sintomi diversi, a casa, a scuola, tra gruppi giovanili, etc. Il problema è proprio decidere cosa fare: solo un’attenta valutazione e una particolare diagnosi  definiscono il tipo di progetto.

Questo, che ho chiamato INTERVENTO PREVENTIVO, si basa sulla necessità di fare una diagnosi e una prognosi iniziale sul rischio di violenza che sul danno minore: se il rischio di violenza individuato, è alto, si procede con una segnalazione al Tribunale e un allontanamento dei figli; se il rischio di violenza è contenibile, in quella famiglia si valuta se sia possibile, in un clima più libero dall’autorità giudiziaria, introdurre un lavoro sulla patologia e sulle relazioni e si  procedere, se ha funzionato l’ ingaggio, ad un terapia del maltrattante e dell’intero nucleo familiare. Diventa fondamentale nel caso specifico fare un’attenta valutazione sulla possibilità di coinvolgimento della famiglia che se segnalata, potrebbe interrompere la relazione con il servizio e la possibilità di trattamento

 

LA CURA DEL MALTRATTANTE SPIEGATA ATTRAVERSO LA SPIRALE DELLA VIOLENZA2.

 

 

 

La relazione violenta è come l’occhio di un ciclone al cui centro c’è la “paura”. Una persona violenta è una persona spaventata che ha dedotto dalle proprie esperienze personali ripetute nel tempo la percezione di “sentirsi minacciato”, anche se questa sensazione non ha riscontro nella realtà. La paura è l’altra faccia della violenza e l’uso della violenza rassicura una qualche paura. Per uscire da questa dinamica occorre uscire dall'ottica del giudizio e della ricerca del colpevole. Se rimaniamo in una posizione di giudizio, non riusciamo ad uscire dalla spirale della violenza perché il giudizio negativo non porta il violento a capire cosa c’è di sbagliato, ma lo fa sentire frainteso ed attaccato. Perciò l’obiettivo è quello di far si che queste persone arrivino ad elaborare una storia  in cui è compresa la loro paura.

D'altronde questi fenomeni, forti e coinvolgenti, spesso suscitano anche nei tecnici reazioni emotive intense, che vanno a toccare sentimenti profondi  e, per uscire dalla visione lineare è necessario uno sforzo maggiore che in altre tematiche. Il contesto sociale interviene in questo processo con rigidità e diventa giudicante: gestisce il pregiudizio attraverso il controllo, impedendo al violento di andare al “nocciolo” del problema. A sua volta anche il violento condivide i pregiudizi sociali.

Si innesca così un meccanismo per cui il controllo sociale chiude la via d’accesso alla consapevolezza per chi ha il problema e rafforza la sua incapacità a percepire la parte spaventata di sé.  E’ così che “potere” e “controllo” diventano i “protagonisti” delle loro storie e restituiscono ai loro occhi un senso del loro agire: è un po’ come se fossero i “garanti” del modo di raccontarsi dei violenti. Perciò è basilare per gli operatori che riconoscano i loro sentimenti sulla violenza e facciano i conti con i loro pregiudizi sia con quelli individuali e culturali sia con quelli che sono  alla base della loro scelta professionale.

Le dinamiche di potere lette in modo lineare, si presentano con il volto di realtà inaccessibili e inaccettabili. La loro lettura diventa invece portatrice di senso se inserita in un processo circolare, che tiene conto del tempo (presente, passato, futuro), dei fatti, della storia e della direzione intrapresa dai soggetti che scelgono di farne parte, tecnici inclusi. Rileggere in termini di relazione circolare contesto, ruoli e cultura amplia lo sguardo a nuove profondità, a diverse prospettive attraverso le quali possiamo accostarci al potere e assistere all’emergere di nuove sfaccettature. Sospendere il giudizio e considerare entrambe le posizioni sono modi per non essere violenti, comprenderle senza necessariamente scegliere, porta a cercare una terza soluzione.

Di seguito sintetizzo un caso che illustra L'intervento per il cambiamento nei casi di maltrattamento e allontanamento dei minori.

 

La Famiglia Righetto

La famiglia Righetto giunge ai Servizi quando il Tribunale per i minori aveva tolto loro l’affidamento del più piccolo dei tre figli, appena nato, demandando al Servizio se tale provvedimento fosse  necessario anche per gli altri due figli, di 9 e 10 anni. La famiglia si presenta al colloquio esprimendo tutta la sua rabbia e aggressività nei confronti delle Istituzioni, in particolare il padre, sentendosi defraudato della possibilità di “fare il genitore”, negava la valutazione del Giudice come conseguenza di una sua incapacità. La madre con chiari segni di sofferenza, mostrava un atteggiamento timoroso e sottomesso rispetto al marito.

Il primo passo è stato attenuare l’aggressività del padre, sulla base di un dato di realtà: il terzo figlio era stato dato in adozione ad un’altra famiglia. Era inutile catalizzare la loro attenzione su un presunto torto subito dalle Istituzioni, ma potevano usufruire della possibilità di sfruttare le loro energie per dimostrare al Giudice la capacità di essere genitori con gli altri due figli. In questo progetto noi come operatori abbiamo messo in moto le nostre competenze lavorando in sinergia con i Servizi per un intervento di rete trasformando la valutazione diagnostica in un Intervento per il Cambiamento”. Dando ai genitore  la responsabilità di scegliere se realmente volessero riappropriarsi delle capacità di gestire i figli  noi tecnici eravamo disponibili ad offrire interventi multidisciplinari su più fronti.

Abbiamo creato un ingaggio con c i genitori per poter lavorare sul  conflitto di coppia e sulla relazione con i figli, caratterizzata da maltrattamenti e violenze soprattutto da parte del padre. Ci facciamo promotori di un progetto che prevede il coinvolgimento di diversi servizi : vengono fatti incontri con gli operatori della Salute Mentale, dell’Istituto in cui sono ospitati i bambini e con i loro educatori. In un incontro multidisciplinare vengono spiegate alla famiglia le diverse aree di competenza: il nostro Servizio formato da psicologo e assistente sociale, si è occupato di tenere le fila con gli altri e di trattare la famiglia in terapia famigliare  includendo uno specifico lavoro sul padre maltrattante. Il Servizio di Salute Mentale ha seguito individualmente la madre e il padre.

La collaborazione e l coordinamento di tutti i Servizi, attraverso incontri mensili, ha permesso il passaggio  dalla osservazione della relazione genitori-figli in Consultorio,  con incontri protetti, a prospettare un rientro graduale a casa dei bambini durante il fine settimana, con la presenza di un educatore per facilitare i genitori nella riappropriazione del proprio ruolo.

Il Giudice ha condiviso questa proposta di lavoro, accettando la dilatazione dei tempi per un percorso terapeutico complesso ed è stato informato attraverso una relazione dettagliata  comprendente quanto veniva fatto da ogni Servizio che ha portato, nell’arco di due anni circa, al rientro dei ragazzini in famiglia e il superamento delle problematiche individuali e relazionali.

 

L’ “INTERVENTO PER IL CAMBIAMENTO” NELLE SEPARAZIONI GIUDIZIALI

Nelle separazioni giudiziali, si tratta di un lungo cammino, che a volte dura anche per anni, disseminato di denunce querele, ricorsi dove i figli sono contesi e spesso triangolati in una lotta che sembra non debba mai trovare una fine E’ per questo che il Giudice chiede una consulenza, e che i sistemi coinvolti accettano, perché nessuno vede più nel conflitto una via di uscita e si evidenzia una situazione in cui i figli esprimono sintomi e sofferenza.

La definizione del contesto è passaggio utile per impostare il lavoro con la famiglia.

Quando il giudice incarica me come CTU e presto il Giuramento di rito, mi garantisco la possibilità di costruire un contesto di consenso in cui Giudice, Avvocati e Consulenti di Parte dichiarano la loro adesione al mio progetto: chiedo loro il consenso a procedere ma anche di condividere un percorso comune affinché io possa tentare “all’interno della perizia, un intervento che permetta alla coppia di superare la grave conflittualità al fine di riappropriarsi della bi-genitorialità”, cioè mantenendo entrambi  il proprio ruolo di genitore nonostante la separazione.

Al Metalogo - Centro di Mediazione e Terapia che dirigo, invito prima i consulenti di parte per concordare l’intervento e poi, assieme a loro, conduco il primo incontro con la coppia genitoriale e con i figli, che in un clima colloquiale, in genere, raccontano come stanno vivendo la situazione a casa.  A loro è dedicato questo primo incontro che ha la finalità di “tirarli fuori dalla scomoda posizione di terzi chiamati nel conflitto di coppia”.

Alla famiglia leggo il provvedimento del Giudice, definisco con parole semplici “l’invio coatto”, esplicito: “siamo tutti obbligati a lavorare assieme. Il giudice mi chiede una perizia per regolamentare la vostra situazione perché è preoccupato per un conflitto che sta creando gravi danni ai vostri figli”; spiego loro che  dovrei restituire una diagnosi, una fotografia della loro situazione che dia la possibilità al giudice di prendere una decisione. Ma spiego anche che, all’interno di questa cornice, posso offrire loro una possibilità: usare lo stesso spazio e tempo dato dal giudice, invece che per una diagnosi, per affrontare le problematiche e superare la relazione altamente conflittuale.

Pertanto la modalità di intervento che in questi casi propongo, tenta di trasformare l’“invio coatto” del giudice in un’alleanza di lavoro tra tecnico e genitori per fare sì che superino rabbie e rancori e recuperino una attenzione ai figli. Tenendo in adeguata considerazione il contesto in cui si svolge l’intervento, definisco l’obbligo istituzionale, esplicito l’invio coatto, la mancanza di segreto professionale, in quanto sono costretta anche io a relazionare al giudice l’alta conflittualità e la simmetria; anche in questo caso si tratta di un invio forte che, attraverso un ingaggio iniziale, mi permette di trasformare il contesto da peritale in intervento per il cambiamento delle relazioni passando attraverso il coinvolgimento di tutti.

Se il percorso va a buon fine i genitori, rielaborano il conflitto, trovano un accordo sui figli, recuperando la loro funzione prima delegata al Giudice.

La marca di contesto resta quella di una perizia, pertanto rispondo al Giudice con una relazione che invio come CTU e che contiene la storia della famiglia secondo l’ipotesi sistemica indicando i diversi pattern relazionali della coppia: nell'unione, nel conflitto e dopo la CTU; la posizione assunta dai figli; la descrizione del percorso fatto con l’andamento dei colloqui. Accludo il foglio degli Accordi definitivi, stilato di proprio pugno dai genitori e da loro firmato in cui sottolineano il lavoro fatto in CTU e di conseguenza aggiungo la risposta al quesito.

Il lavoro viene fatto solo con la coppia per favorire la comunicazione spesso interrotta e fatta di pesanti squalifiche e disconferme dell’altro come genitore. Rancori, rabbie, attribuzione di colpe all’altro per la fine del rapporto connotano i primi incontri; è difficile far sì che dividano la storia di coppia dalla storia di genitori. Secondo il mio punto di vista, il fulcro del lavoro si basa sul superamento del conflitto. Solo quando si esce dall'ottica torto-ragione e ancor più, dal gioco delle responsabilità si può passare dal conflitto all’accordo, cioè dalle recriminazioni sul passato all’accettazione e alla partecipazione attiva sul presente. E’ necessario fare un lavoro che permetta ai genitori di elaborare la storia che ognuno si è ripetuto in testa, dove l’altro è irrimediabilmente colpevole  aiutarli ad ascoltarsi, per costruire una “terza storia a due voci” che spieghi la fine del rapporto di coppia e permetta loro di ri-vedersi come genitori. L'”Intervento per il Cambiamento” entra nella storia quel tanto che basta per cambiare le premesse che bloccano la relazione; cambiando le premesse si supera la conflittualità e si crea uno spazio di relazione genitoriale. La mia metodologia permette di “Manejar el conflicto” cioè trattarlo in modo circoscritto e finalizzato a ripercorrere la storia per trovare un nuovo significato.

Solo allora, quando non sono più concentrati su di sé, i genitori rendono i figli visibili ai propri occhi e, solo così, riescono ad occuparsi di loro  in modo concorde.

Il lavoro sul conflitto è uguale a quello che si fa in mediazione ma i due interventi sono estremamente diversi.  Nel caso della perizia c’è una definizione di contesto con tutti i sistemi implicati, che acconsentono a promuovere, pur lasciando intatta la marca di contesto peritale, un tentativo  di lavorare sui conflitti  per cambiare le relazioni. Invece nella mediazione la caratteristica è che la coppia si rivolge volontariamente per un intervento di riorganizzazione delle relazioni genitoriali ed elaborazione dei conflitti, ma fuori dai circuiti giudiziari e con segreto professionale.

La costruzione dell'"intervento per il cambiamento”, ha portato ad una più stretta comunicazione e collaborazione tra la Scuola Genovese “Il Metalogo” e alcuni Giudici del Tribunale Ordinario della Liguria.

Di fatto si è costruita nel tempo una nuova forma d’invio all’intervento di Mediazione, quella utilizzata dal Giudice quando in udienza presidenziale si rende conto di un conflitto acceso e deleterio  per i figli; è il giudice stesso che  intravede gli estremi per suggerire un percorso di mediazione attivando una richiesta volontaria da parte dei genitori, affinché insieme al mediatore, essi possano elaborare una proposta di accordo sulla gestione dei figli. Il giudice sospende la procedura avviata per verificare in un tempo successivo, se tale percorso ha avuto esito positivo o meno. Tale intervento è coperto dal segreto professionale. Qui la difficoltà è rappresentata dal costruire un consenso reale di adesione al percorso e, nell’individuazione di un obiettivo comune, si inizia già da subito a lavorare su un cambiamento di premesse e attribuzione di nuovi significati. L’obiettivo è sempre lo stesso, ma la costruzione del contesto che si struttura intorno al problema definisce interventi differenti con caratteristiche proprie.

 

IL LAVORO DI RETE

 Nel caso delle coppie in crisi separate o divorziate con procedimento giudiziale è importante costruire un contesto che permetta l’intervento coinvolgendo e avendo il consenso di tutte le parti lavorare con l’Intervento per il Cambiamento. Nel caso del maltrattamento è fondamentale coinvolgere gli altri servizi in un lavoro di rete affinché l’intervento abbia un esito positivo.

Per questo non ho optato per creare un centro specializzato che si occupasse dei problemi della violenza ma ho ritenuto utile costruire un intervento specialistico di territorio che coinvolgesse i diversi Servizi.

Anche nelle esperienze di formazione di questi anni, ad esempio in alcuni servizi della Toscana, come Scuola Genovese abbiamo scelto di costruire percorsi formativi integrati e differenziati creando un gruppo di lavoro formato dagli operatori dei diversi Servizi territoriali che si occupano di maltrattamento affinché potessero definire una comune epistemologia e cultura sulla violenza e gruppi di lavoro per servizio e per professionalità.  L’utilizzo di un “Intervento per il Cambiamento” o di un “Intervento Preventivo” là dove è possibile ha permesso di fare diagnosi sulla percorribilità di trattamenti terapeutici che affrontino il malessere che determina violenza e di lavorare con una ottica sistemica sulle relazioni patologiche tenendo in conto anche i pregiudizi degli operatori.

 

 

 

Note:

1) LIA MASTROPAOLO, Direttore de Il Metalogo - Scuola Genovese Sistemica. Svolge attività didattica e clinica. Responsabile della Sezione Ligure della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale (SIPPR), Didatta SIRTS (Società di Ricerca e Terapia Sistemica), Membro EFTA (European Family Therapy Association) e RELATES (Rete Europea Latino Americana di Scuole Sistemiche), co-fondatrice S.I.Me.F. (Società Italiana di Mediatori Familiari), Didatta AIMS (Associazione Internazionale Mediatori Sistemici). Docente in Università italiane, spagnole e latino-americane. Già Professore Incaricato di Mediazione Familiare all’Università di Genova. Ha lavorato per molti anni nel Servizio Pubblico come responsabile del Centro Specialistico di Terapia della Famiglia e del Centro di Mediazione Famigliare e come consulente del Comune nel Centro Storico di Genova. E’ autrice e co-autrice di pubblicazioni in italiano, spagnolo, greco e inglese. www.scuolagenovese.org, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

 

2) Per quanto riguarda  la parte teorica più approfondita  si rimanda all’articolo di Lia Mastropaolo “La violenza familiare al crocicchio tra terapia, mediazione e giustizia” pubblicato in Maieutica ISCRA Modena I.T.F.F. Firenze 2008. Tenterò qui una sintesi per una migliore comprensione  dell’epistemologia che sorregge la mia prassi e metodologia sul tema.

 

 

 

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