“Adolescenti autori di reato: strategie possibili di intervento terapeutico nel penale minorile con giovani non collaboranti”.

Marco Schneider1.

 

Abstract.

L’articolo, elaborato sulla base dell’intervento dell’Autore alla Giornata di Studio SIRTS del 24 marzo 2018
dal titolo: “Comportamenti violenti nelle relazioni familiari e sociali. Strategie innovative d'intervento con adolescenti autori di reato”, illustra una particolare proposta metodologica di lavoro con i giovani autori di reato inseriti nel processo penali minorile in Italia la quale, partendo dalla rivisitazione in chiave strategica del noto concetto di “contratto educativo-riparativo” elaborato negli anni ’90 da Gaetano De Leo, si concentra sull’utilizzo strategico della strumentalità spesso mostrata da questi giovani nel partecipare alla psicoterapia prescritta loro dal Tribunale.
Nello specifico la proposta qui presentata riguarda sia la fase della costruzione della alleanza di lavoro, in special modo con i giovani più resistenti e non collaboranti, che la fase terapeutica propriamente detta, rispetto alla quale vengono discussi elementi ritenuti critici circa il posizionamento del terapeuta all’interno del processo penale e gli obiettivi possibili da porsi nel lavoro con questi giovani.
Corredano il corpo teorico dell’articolo la riflessione dell’autore relativa all’opportunità di tentare un lavoro psicologico anche con i giovani più resistenti ed oppositivi ed alcuni dati statistici relativi all’incidenza del fenomeno della delinquenza giovanile in Italia negli anni a cavallo dell’ultima crisi economica. A tal proposito vengono proposte delle riflessioni riguardo la possibile connessione tra la crisi economica e l’andamento della criminalità giovanile nel nostro paese.

 

Parole chiave.

Adolescenti autori di reato, psicoterapia coatta adolescenti, Messa alla Prova minorenni, adolescenti devianti, famiglia e criminalità, strumentalità e psicoterapia.

 

Introduzione.

Nel nostro paese all’interno di Processi penali che vedono minorenni imputati di un reato l’Autorità Giudiziaria penale minorile richiede sempre che venga condotto un percorso psicologico con il giovane reo, con l’obiettivo di accompagnarlo verso il cambiamento del proprio stile di vita e verso la rivisitazione critica delle proprie condotte devianti.
La realizzazione di un tale percorso presenta però così tante difficoltà legate al contesto e alla complessità dell’utenza (Biscione, Pingitore, 2015) da avere negli anni passati indotto più autori a ritenere addirittura inopportuni tali interventi (Paris 1996; Roth, Fonagy, 1998; Dazzi, Madeddu, 1999; Stone, 2002). Nonostante le molte difficoltà tecniche però la realizzabilità di percorsi psicologici con i giovani inseriti nel circuito penale minorile rappresenta una condizione indispensabile per la concessione di benefici di legge e per il raggiungimento degli obiettivi principali del processo penale minorile, ovvero la responsabilizzazione del ragazzo e l’evitamento della recidiva. Di fatto non è quindi possibile bypassare l’intervento psicologico in questo contesto e dunque una qualche forma di praticabilità deve essere trovata.
Nello specifico la sfida per lo psicoterapeuta riguarda l’armonizzare i vincoli del contesto nel penale (giuridici ma anche legati all’assenza di motivazione da parte del ragazzo) con i fondamentali dell’alleanza in psicoterapia i quali, più o meno indipendentemente dalla prospettiva teorica adottata, vedono nella formulazione di una domanda di cambiamento da parte del soggetto un elemento imprescindibile.

 

Chi sono i ragazzi del penale in Italia?

Nel nostro paese i giovani che entrano nel circuito penale minorile a seguito della commissione di un reato presentano caratteristiche sociali, psicologiche e demografiche molto diverse: vi sono infatti ragazzi proveniente da contesti difficili ma anche ragazzi provenienti da buone famiglie; ragazzi con evidenti problematiche psicologiche ed emotive così come ragazzi apparentemente senza difficoltà e ben inseriti nel loro contesto sociale.
Nella mia esperienza infatti circa l’80% dei giovani “a piede libero”, ovvero senza restrizioni della libertà, proviene da famiglie non seguite dai Servizi (sociali o clinici).
Questa eterogeneità vale anche per le motivazioni all’agire deviante e per la disponibilità al lavoro con gli operatori: i motivi infatti per i quali un giovane commette un reato sono molti (in genere un reato è commesso come segno di una sofferenza psicologica, per una “scelta di vita” deviante, per necessità o per una fortuita combinazione) (Schneider, 2018b) e diverse sono le posizioni che il giovane può assumere rispetto alla richiesta degli operatori di collaborare ad un progetto educativo.
Ho scelto in questa sede di occuparmi di uno specifico gruppo di ragazzi, ovvero di coloro che hanno commesso uno o più reati in età imputabile (dai 14 ai 18 anni), che sono stati individuati dalle Forze dell’Ordine e/o denunciati, che si trovano in regime di libertà (tecnicamente definiti “a piede libero”) e che si dimostrano resistenti e non collaborativi con gli operatori ed il sistema giustizia in generale.

 

Perché occuparci di questi ragazzi?

Chiedersi la ragione della scelta di utilizzare risorse pubbliche2 tentando interventi con i giovani più resistenti e disinteressati è certamente legittimo e si fonda su un’idea di buon senso legata alla necessità (in qualche modo pedagogica) che questi giovani se non interessati ad essere aiutati possano sperimentare direttamente l’impatto con la Giustizia e le sue possibili conseguenze, al fine poi decidere se e come modificare il proprio atteggiamento rispetto ai limiti che la società impone ai propri membri.
Analizzando però meglio il problema emerge subito una maggiore complessità, che porta a ragionare in termini sociali allargati e dentro ad una prospettiva longitudinale.
Tre sono le ragioni che sostengono l’opportunità di tentare interventi anche per questi giovani.La prima fa capo all’idea che la commissione di un reato da parte di un adolescente sia sempr

  1. l’espressione di un disagio emotivo, dell’adattamento e/o comunque del processo di crescita e maturazione (Maggiolini, 2014). Se a fronte di ciò non viene data una qualche risposta realizzando una qualche forma non solo di presa in carico/cura ma anche di intervento trasformativo, questi ragazzi esprimeranno verosimilmente il loro malessere in altri modi ed in altre aree o, come accade frequentemente, tenderanno a delinquere ancora. L’ingresso nel circuito penale diviene quindi un’importante occasione per una presa in carico del giovane e della sua sofferenza, che va quindi tentata convintamente.

  2. La seconda ragione, connessa alla prima, rimanda all’idea che se soprattutto questi ragazzi così difficili non sono “presi in tempo”, non potranno che provocare danni crescenti alla società, con un impatto non solo sociale ma anche economico per la collettività sempre più importante.

  3. La terza ragione riguarda un problema di senso dell’intervento giudiziario penale minorile: la nostra legge sul penale minorile infatti non si pone come obiettivo principale la punizione del reo (secondo una logica “retributiva”) quanto piuttosto il suo recupero e responsabilizzazione (secondo una logica “riparativa”). In questo senso le sentenze del giudice tendono ad essere nella maggior parte dei casi (e soprattutto se confrontate con quanto accade in altri paesi) se non “morbide”, quanto meno “progettuali ed educative”. In mancanza quindi di un intervento psicologico, sociale ed educativo soprattutto con i soggetti più difficili, resistenti e non collaboranti l’esito di molte sentenze rischia di essere un rinforzo al vissuto di impunità con probabile sostegno alla recidiva.

 

Chi sono questi ragazzi e quali reati compiono in maggioranza?

La valutazione del tipo di reati commessi dagli adolescenti è di grande interesse per gli operatori psicologici anche perché, al pari di altri sintomi, può fornire informazioni utili circa la condizione psicologica di chi li commette, il loro funzionamento, le aree maggiormente problematiche e le possibili risorse su cui far leva. Per ciò che attiene al nostro paese l’incidenza dei vari tipi di reati è ricavata dai report periodici editi dal Ministero della Giustizia, Dipartimento di Giustizia Minorile.
I dati più aggiornati ad oggi in mio possesso sono relativi al 2016, quindi molto recenti, e riguardano la popolazione dei giovani in carico agli Uffici di Servizio Sociale per Minorenni (USSM) per tutta Italia.
Ecco un estratto della tabella ufficiale.

Tabella 1. Reati maggiormente compiuti da giovani poi presi in carico dagli USSM in Italia, anno 2016.

Come è facile osservare, ad eccezione del reato di furto gli altri sono tutti reati caratterizzati da violenza ed aggressività verso cose e persone.
Mancano invece tra i reati maggiormente commessi dai giovani quelli legati alla droga (spaccio), che rappresentano in effetti sul piano della numerosità una parte marginale.
Ciò, è bene ricordarlo, non significa che tali reati non vengano commessi, ma informa sulla percentuale di emersione di tali reati, che risulta più bassa rispetto ad altri.

La tabella 2 mostra la numerosità dei giovani in carico agli USSM (perché autori di reato) secondo una prospettiva longitudinale.

Appare di interesse notare la curva di evoluzione del numero di giovani seguiti dai servizi della giustizia minorile nel periodo considerato (2007-2015): come si può vedere il periodo coincide, a partire dal 2008, con l’inizio dell’ultima grande crisi economica.
I dati mostrano come, in proporzione oltre che in valori assoluti, siano soprattutto i giovani italiani ad essere aumentati nel numero rispetto all’essere seguiti dai Servizi della giustizia minorile, mentre gli anni della crisi non sembrano correlati con un pari aumento dei giovani stranieri autori di reato seguiti dai Servizi.
Per proporre la mia idea di spiegazione di questo dato devo partire dal presupposto generale che un ambiente familiare sano, emotivamente stabile, attento alle esigenze dei figli e con prospettive stabili per il futuro sia un fattore di protezione anche rispetto al rischio di devianza.
In questo senso ritengo che si possa correlare l’aumento di ragazzi italiani seguiti dai dipartimenti per la giustizia minorile con il fatto che verosimilmente sono state le famiglie italiane più di quelle straniere ad aver sofferto maggiormente la crisi (in quanto hanno mediamente “perso di più” in termini di sicurezza del posto di lavoro e di stabilità dei programmi per il futuro: le famiglie straniere nella maggioranza partivano infatti da livelli di benessere, sicurezza, inserimento socio-lavorativo per forza di cose meno elevati).
Per tale ragione ritengo che a fronte di una aumentata sofferenza presentata dalle famiglie italiane anche del ceto medio (sofferenza di tipo originariamente economico che si è però estesa nel tempo anche ad aspetti emotivi e psicologici) la risposta dei giovani, in termini di agiti devianti e delinquenziali, sia direttamente proporzionale.
Questa lettura pare poi coerente con il dato relativo al tipo di famiglie dalle quali provengono i ragazzi del penale (soprattutto quelli “a piede libero” di cui ci occupiamo qui): nell’80% dei casi si tratta infatti di famiglie “normali”, cioè non seguite dai servizi sociali o specialistici per disadattamento, dipendenze, psicopatologie, ecc.., con entrambi i genitori impegnati in una attività lavorativa e senza problemi abitativi, dunque appartenenti in massima parte al ceto medio.

Sempre considerando il principio che il benessere (economico, emotivo e relazionale) della famiglia rappresenti un fattore di protezione rispetto al rischio di delinquenza negli adolescenti, si nota come la tabella 3 - relativa al numero delle incarcerazioni nel periodo crisi e post crisi economica - paia confermare l’ipotesi che le famiglie italiane, sperimentando maggiore sofferenza a seguito della crisi, abbiano mostrato anche ridotte capacità di “governare” l’adolescenza dei propri figli, “permettendo” a qualche livello l’emergere di una maggiore delinquenza nei giovani più problematici.
La tabella infatti mostra come negli anni della crisi i ragazzi italiani siano stati maggiormente incarcerati rispetto a quelli stranieri.

Tabella 3.

 

Come si può intervenire con i ragazzi più difficili, resistenti e non collaboranti?

Alla luce delle considerazioni più sopra avanzate in merito alla necessità che soprattutto con i ragazzi più difficili venga condotto un intervento psicologico, ne discende l’importanza di elaborare strategie utili di aggancio e lavoro con questi giovani, oltre che con le loro famiglie.
Le tradizionali metodologie di intervento con gli adolescenti, centrate sull’ingaggio affettivo tra terapeuta e ragazzo, sono purtroppo in questi casi risultate fallimentari: in assenza infatti di una motivazione non solo al cambiamento ma anche alla stessa relazione con il terapeuta, ogni forma “tradizionale” di lavoro con questi giovani si dimostra poco incisiva.
Sulla base dell’esperienza di lavoro maturata in un servizio specialistico territoriale per il penale minorile della provincia nord di Milano avanzo una proposta che si pone in un’ottica strategica e che ribalta l’idea secondo la quale per condurre un percorso terapeutico con un giovane autore di reato sia necessaria una iniziale domanda di cambiamento da parte sua.
Rispetto alla cornice dell’intervento propongo innanzitutto di considerare sempre la psicoterapia nel penale minorile come un intervento cui il ragazzo non può sottrarsi (in quanto ciò lo porterebbe ad avere serie conseguenze sul piano penale) e suggerisco che è proprio facendo leva su questo aspetto coatto che è possibile costruire un aggancio con il ragazzo e per alcuni aspetti anche con la sua famiglia.
Questo modo di intendere il lavoro psicologico con i ragazzi nel penale richiede che vengano rivisti alcuni elementi costitutivi della relazione paziente-terapeuta presenti nella psicoterapia “tradizionale”3. In questo senso quattro sono gli aspetti fondamentali che ritengo debbano essere trattati in modo diverso da quanto normalmente viene fatto dagli operatori psico sociali e dai terapeuti: la riservatezza, la considerazione data alla committenza, la triangolazione con l’Istituzione e la strumentalità con la quale il ragazzo si connette alla terapia.
La metodologia di lavoro che propongo mira a rendere possibile un’adeguata alleanza di lavoro con questi ragazzi trattando in modo particolare la loro strumentalità nell’aderire ai progetti educativi e definendo in modo strategico la posizione del terapeuta.
Quanto proposto da un lato si ispira a concetti e metodologie già note riguardanti gli interventi psicologici coatti richiesti dall’Autorità Giudiziaria ma dall’altro si pone, portando elementi di novità, in modo compatibile con il modello di lavoro con i giovani autori di reato definito di tipo “contratto” (De Leo, Patrizi, 1999; Rossi, 2004; Maggiolini 2014; Biscione,Pingitore, 2015).

 

L’intervento di tipo “contratto” e la mia proposta.

L’impostazione del lavoro con il giovane autore di reato all’interno del contesto penale minorile, sia nellafase della preparazione della prima Udienza che nella fase della “Messa alla Prova”4 si ispira spesso alle indicazioni provenienti da una specifica metodologia, detta di tipo “contratto educativo-riparativo” elaborata dal gruppo di lavoro di Gaetano De Leo.
Tale metodologia prevede un accordo con il ragazzo in merito alla co-costruzione del suo percorso rieducativo partendo dall’accettazione di un contratto tra il giovane e l’operatore, da sottoporre poi al giudice.
Tale contratto ha come caratteristiche il fatto di essere :

a. Teso alla responsabilizzazione
b. Consensuale e co-costruito
c. Personalizzato- adeguato
d. Fattibile (rispetto agli strumenti a disposizione e rispetto alle caratteristiche del ragazzo)
e. Flessibile

I passaggi della definizione del contratto tipicamente sono:

a. Chiarificazione delle aspettative di tutti
b. Chiarificazione rispetto al fatto che l’intervento è d’aiuto ma è anche connotato da controllo
c. Accoglimento del problema del ragazzo
d. Negoziazione del cambiamento atteso

I sistemi coinvolti nel progetto sono:

a. Sistema della Giustizia e delle leggi: i vincoli giuridici
b. Sistema del ragazzo e della sua famiglia
c. Sistema dei servizi / terapia

Particolare rilevanza viene data alla “Chiarificazione della complementarietà di ruolo”: si parte cioè dall’idea che il ragazzo è il vero esperto dei contenuti della propria realtà psico-relazionale mentre che il terapeuta è l’esperto dei processi organizzativi ma anche nell’osservare e discutere le soluzioni messe in campo dal ragazzo nella sua relazione con il “terzo” (in questo caso il giudice).
Rispetto ai contenuti del contratto, essi fanno capo all’impegno del giovane nel modificare in senso adattivo il proprio comportamento durante il periodo della prova ma anche alla accettazione dei principi di base del processo penale e della filosofia ripartiva dello stesso.
La problematica a mio modo di vedere che investe la questione dei contenuti del contratto riguarda il fatto che spesso è proprio l’accettazione dell’accordo stesso a mancare tra il giovane, l’operatore ed il giudice, con la conseguenza che i percorsi di Messa alla Prova, quando non anche di conoscenza e valutazione del ragazzo, risultano spesso estremamente complessi per via delle resistenze/ambivalenze del ragazzo e si caratterizzano per una continua “rincorsa” dell’operatore di un giovane apparentemente “in fuga”.

La mia proposta si concentra sulla rivisitazione/evoluzione del metodo di “contratto” ed in particolare agisce sulle variabili sotto indicate:

  1. La doppia committenza.
    Lavorando nel campo del penale minorile è fondamentale riconoscere il fatto che come terapeuti ci troviamo ad avere due committenti: oltre al ragazzo (che spesso è per diverso tempo solo un committente teorico) vi è anche l’Istituzione inviante, ovvero l’Autorità Giudiziaria (che è sempre il committente più motivato).
    Considerare solo uno dei due committenti e non entrambi è un errore, come ad esempio accade quando si pensa di lavorare con il solo ragazzo senza interfacciarsi con il giudice/servizi o all’opposto appiattendosi eccessivamente sulle richieste dell’autorità giudiziaria.
    Il lavoro psicoterapeutico nel penale minorile rispetto al tema della doppia committenza prevede che venga elaborato un contratto psicologico con il ragazzo ma anche una negoziazione con l’Istituzione rispetto agli obiettivi, ai tempi e alle metodologie possibili per quella determinata situazione.

  2. Il “positionning”.
    All’interno del percorso terapeutico il primo passo importante che il terapeuta dovrebbe fare, secondo la mia proposta, non riguarda tanto il costruire una relazione significativa direttamente ed esclusivamente con il ragazzo quanto piuttosto, secondo una logica contestuale e “sistemica”:
         a- analizzare il tipo di relazione che esiste tra il paziente ed il suo “problema” (in questo caso il processo penale)
         b- capire come inserirsi in tale “problema” (per diventare un soggetto significativo per il ragazzo).

    La chiave per costruire una buona alleanza di lavoro soprattutto con ragazzi che non riconoscono il terapeuta come soggetto significativo o che vorrebbero non riconoscere il Tribunale come autorità riguarda infatti la possibilità che il terapeuta si ponga come ponte tra gli interessi del ragazzo (legati all’uscire il prima possibile dal circuito penale, al non sopportare conseguenze troppo pesanti per il fatto compiuto, al non vedersi privata la libertà o eccessivamente controllata la vita, ecc…) e quelli del giudice (celebrare un processo “giusto”, rendere pubblico il processo e far circolare le informazioni, intervenire in modo significativo nelle situazioni valutate come a rischio, modificare gli aspetti disfunzionali della vita del giovane ritenuti alla base dell’agito delinquenziale, ecc..).
    Per far ciò propongo di procedere in qualche modo per fasi.
    - in una prima fase è necessario trovare l’interesse riconosciuto sensibile per il ragazzo (Schneider, 2018b), ovvero attraverso i colloqui con il giovane, la sua famiglia e gli operatori socio-sanitari individuare le motivazioni del ragazzo che possono realmente incidere positivamente sull’avvio e sulla realizzazione di un percorso psicologico. In questo senso è importante accettare, come verrà detto meglio più sotto, anche le motivazioni strumentali del giovane.
    - successivamente sarà necessario che il terapeuta si inserisca tra il ragazzo ed il suo interesse affinchè il raggiungimento di detto interesse passi per il lavoro psicologico. L’obiettivo è infatti quello di rendere “indispensabile” o comunque davvero utile al ragazzo, nella sua vicenda penale, il lavoro psicologico che egli deve svolgere con il terapeuta.
    - compiuto questo passaggio il terapeuta dovrà porsi come uno strumento concreto per il ragazzo rispetto al suo problema. Sarà infatti necessario proporre al ragazzo la collaborazione del terapeuta nella realizzazione dei suoi obiettivi rispetto al percorso penale, ma al contempo fare leva anche sulla obbligatorietà dell’intervento psicologico: da un lato quindi è importante offrire al ragazzo l’opportunità di lavorare con il terapeuta sottolineando che ciò potrà essergli di aiuto nella sua vicenda con il giudice “… io sono lo psicologo che parlerà di te al giudice, il quale deciderà del tuo destino rispetto al reato”, ma dall’altro va anche ricordato al giovane che la sua eventuale scelta di non lavorare con lo psicologo, oltre al non sollevare il professionista dall’interagire con il giudice, avrà un peso importante nel suo processo.
    La logica di un approccio di questo tipo risiede nella possibilità di rinforzare non solo la significatività della presenza del terapeuta nel processo penale del ragazzo, ma anche il “peso specifico” del sistema giudiziario per il ragazzo. Quest’ultimo aspetto è infatti fondamentale e permette allo psicologo e alla psicoterapia di muoversi all’interno (ed intorno) ad una cornice chiara e forte.

    Quanto è necessario che il terapeuta collabori nel rinforzare l’autorità del sistema giustizia per il ragazzo?
    Dobbiamo fare alcune premesse generali.
    Di fronte alla trasgressione di una regola il tema delle conseguenze diventa centrale in quanto una risposta alla trasgressione va sempre data: se tale risposta infatti non arrivasse si avrebbe l’annullamento stesso della regola rispetto al piano degli effetti pragmatici. Oltre a ciò il messaggio veicolato da una regola senza conseguenze rinforza la trasgressione della regola stessa, creando quindi un ulteriore effetto negativo secondario alla trasgressione.
    La questione riguarda poi il soggetto che fornisce la risposta alla trasgressione, il quale diviene agli occhi del trasgressore il rappresentante dell’autorità che ha definito la regola.
    Entrando nel tema specifico di questo articolo va detto che le regole penali sono codificate in modo esplicito ed è sempre prevista una conseguenza precisa per la loro trasgressione, sotto forma di pena comminata da un soggetto designato (il giudice). Tale giudice non è l’autorità che ha definito la conseguenza (tale compito spetta nel nostro paese al potere legislativo), ma ne è il rappresentante.
    Ciò detto, l’atto “di autorità” del comminare una pena, soprattutto nel nostro sistema penale minorile, non è però sufficiente a raggiungere l’obiettivo che, lo ricordo, è per i minorenni educativo e responsabilizzante: occorre infatti che tra il reo ed il giudice vi sia una qualche forma di relazione che permetta il reciproco riconoscimento. Entrambi i soggetti (autorità e trasgressore) devono infatti riconoscersi a vicenda (nel rispetto e nell’applicazione della sanzione) affinchè non solo il processo, ma soprattutto la pena possa realizzarsi nel suo specifico intento rieducativo, altrimenti la pena risulterà nel migliore dei casi inutile, mentre nel peggiore addirittura dannosa in quanto andrà con tutta probabilità a rinforzare l’identità deviante, per dirla con De Leo (1992), del giovane.
    Come è noto nel caso degli adolescenti il tema del riconoscimento dell’autorità (e della con-posizione con essa) è già di per sé complesso per via della tendenza che molti ragazzi hanno a sfidare sia l’autorità che le regole, anche disconoscendole.
    Nel caso del penale minorile può accadere che il ragazzo, per differenti motivi, possa “non riconoscere” l’autorità (in senso lato), o abbia interesse a non farlo, e ciò può portarlo a non riconoscere nemmeno le conseguenze alla trasgressione di una regola (ad esempio norme sul vivere civile, sul rispetto per l’altro e per il bene comune, ecc..) oltre al soggetto che fa rispettare la regola e che commina la sanzione.
    In quest’ottica trasgredire a delle regole compiendo un reato può non rappresentare per il ragazzo un comportamento delinquenziale, in quanto non ne viene riconosciuto né il valore né l’importanza.
    Un esempio sono le imputazioni per rissa in concorso, dove il giovane non sente di aver commesso un crimine nel momento in cui interviene in soccorso di un amico che sta litigando con un altro. Un altro esempio può riguardare l’eventualità che un giovane venga fermato per spaccio di droga dopo aver ceduto della sostanza ad un amico: tale comportamento molto spesso non viene sentito come delinquenziale ma anzi può essere inteso dal giovane come connotato da caratteristiche di generosità, lealtà, amicizia, ecc..
    Non basta quindi che un’autorità definisca una sanzione per un determinato comportamento perchè tale sanzione sia accettata ed “interiorizzata” dal giovane: l’elemento fondamentale è invece l’esistenza di una relazione di riconoscimento tra il ragazzo e l’autorità (nel nostro caso prima legislativa e poi giudiziaria).
    Il trasgressore deve essere quindi in un qualche “contatto” con l’autorità, ovvero che la riconosca e che accetti il sistema sociale che contiene l’autorità, la norma e la conseguenza.
    Se nel ragazzo non vi è il riconoscimento di una o più autorità, norme o sanzioni, una delle conseguenze è che anche ogni tentativo di intervento rieducativo-responsabilizzante con questo giovane è destinato a fallire.
    In questo senso è compito ed interesse di tutti i soggetti (formali ed informali) impegnati a vario titolo con il giovane nel processo penale impegnarsi nell’accompagnarlo innanzitutto al riconoscimento dell’autorità, delle regole e delle sanzioni da essa emanate, perché ciò è il primo passo per permettergli anche il riconoscimento della propria azione criminale.
    Ritengo che il terapeuta che abbia in carico un giovane del penale minorile debba assicurarsi per prima cosa che un legame tra il giudice ed il ragazzo (i quali, ricordo, sono i suoi committenti) sia presente, valutandone poi la qualità e l’utilizzabilità in terapia.
    Se tale legame non è presente, o risultasse di una qualità non utile per la terapia, il terapeuta dovrebbe pensare a come adoperarsi, per quanto di sua competenza, per far si che esso si formi. Questa “attivazione del terapeuta” (il quale ad esempio può dedicare parte delle sue sedute alla discussione con il ragazzo su questo tema) diviene in qualche modo obbligata in quanto se non vi è un legame tra il ragazzo e l’autorità allora nemmeno il terapeuta può lavorare con il giovane, perché nemmeno lui verrebbe riconosciuto dal ragazzo.
    Ora, se è vero che deve essere posta la giusta attenzione soprattutto alle modalità con le quali il terapeuta può decidere di attivarsi per favorire il riconoscimento dell’autorità da parte del ragazzo, per scongiurare eventuali movimenti proiettivi e persecutori del giovane, è anche vero che l’ottenimento di tale riconoscimento è una condizione fondamentale all’avvio e al buon esito della terapia: senza tale riconoscimento infatti il giovane non esprimerebbe alcun interesse rispetto alla terapia e dunque non sarebbe disponibile né ad elaborare una propria domanda di cambiamento né tanto meno ad attivarsi per fare relazione con il terapeuta dentro al processo penale.

  3. La riservatezza.
    La modalità con la quale vengono gestiti i contenuti emersi durante gli incontri deve, secondo la mia proposta e per le ragioni sopra esposte, essere rivista rispetto a quanto normalmente viene fatto nei
    setting terapeutici classici.
    Ritengo infatti che si debba esplicitare nel contratto terapeutico con il ragazzo che il terapeuta ricercherà e manterrà un dialogo attivo rispetto alla terapia con l’Istituzione inviante ed eventualmente anche con altri soggetti coinvolti nella sua vicenda penale.
    Devo precisare che sebbene sia ancora presente in alcuni autori (come ad esempio McWilliams, 2006, 2012) l’idea che lo spazio della terapia debba essere un luogo “altro” rispetto alla vicenda penale del ragazzo, protetto e tutelato da un rigoroso riserbo sui contenuti, ormai sempre più viene riconosciuta la necessità che il terapeuta intervenga in modo attivo nelle comunicazioni sul ragazzo con le varie agenzie coinvolte nei progetti educativi, socializzanti e responsabilizzanti attivati per lui.
    A titolo di esempio da tempo ormai diversi autori (tra cui Bleiberg, 2001; Rossi, 2004; Maggiolini, 2014; Biscione, Pingitore, 2015) sostengono la necessità che nel contesto coatto il dialogo tra il terapeuta e l’ambiente che ruota intorno al paziente sia costante.
    Il terapeuta, che lavori in un Servizio pubblico o privatamente, invierà quindi relazioni e interverrà se richiesto durante le Udienze in Tribunale, parteciperà e promuoverà momenti di rete tra servizi, accetterà scambi di mail e telefonate con gli operatori che seguono il ragazzo, ecc..
    Tale attività, secondo la proposta che qui presento, è pensata come centrale nel rafforzamento dell’alleanza di lavoro paziente-terapeuta. Prerequisito affinché tale rafforzamento avvenga è che il giovane sia il primo interessato a che il terapeuta parli con il giudice e con gli altri suoi interlocutori, in quanto ciò può rappresentare per lui un’occasione sia di confermare la validità del suo cambiamento e delle sue “buone intenzioni”, sia di portare al giudice eventuali istanze problematiche (compresa la fatica
    nell'accettare l’intervento stesso).
    Per il giovane è quindi utile considerare il terapeuta come un esperto che lavora al suo fianco e che può aiutarlo ad interfacciarsi con il giudice e con gli altri soggetti coinvolti nel suo processo. Sarà naturalmente cura del terapeuta informare il ragazzo rispetto ai contenuti che intenderà socializzare con gli altri interlocutori e co-costruire con il giovane il senso evolutivo del suo operato.

  4. La strumentalità.
    L’utilizzo terapeutico della strumentalità della adesione alla terapia da parte del ragazzo è il focus di questo paragrafo.
    Lavorare con ragazzi difficili, resistenti e non collaboranti significa confrontarsi con giovani che non solo non sono motivati al lavoro psicologico, ma anche che molto spesso sono oppositivi e sabotanti.
    Una delle eventualità “intermedie” che possono verificarsi è la scelta del ragazzo di accettare di seguire un percorso psicologico, ma solo per evitarsi delle conseguenze più pensanti sul piano penale.
    Questo giovane ad esempio parteciperà ai colloqui, sebbene in modo molto discontinuo, ma non sarà mai “autentico” né si potrà percepire un suo “vero” coinvolgimento nella relazione terapeutica.
    La mia raccomandazione, in accordo con quanto sosteneva De Leo già tempo fa (De Leo, Patrizi, 2002), è comunque di non rifiutarsi di lavorare con tali giovani ma anzi di accogliere le loro motivazioni strumentali, lavorando proprio su queste, in quanto esse rappresentano la parte più “vera” che questi giovani possono esprime in quel momento nella terapia.
    Soprattutto in una prima fase del lavoro psicologico con questi giovani non solo quindi possiamo, ma anche dobbiamo accettare l’eventuale motivazione strumentale in quanto essa è, se ben trattata, uno di quegli importanti interessi sensibili in grado di permettere l’avvio di un percorso terapeutico.
    La sfida è naturalmente ora come trasformare tale motivazione strumentale in una risorsa per la terapia.
    La mia proposta riguarda il fatto che l’alleanza terapeutica potrebbe basarsi sul come il ragazzo può utilizzare nella sua vicenda penale il terapeuta, da un lato confrontandosi con lui su come stanno andando le cose (funzione specchio) ma dall’altro facendo leva sul fatto che il terapeuta può (e deve) dire delle cose al Giudice: se il ragazzo quindi, anche strumentalmente, saprà attuare alcuni suo stile di vita, potrà contare sul fatto che il terapeuta, a questo punto un suo strumento nella relazione con il giudice, dovrà comunicarli chiaramente al giudice stesso.

  5. La triangolazione.
    Dal punto di vista della conduzione della terapia con questi ragazzi ritengo che si debba porre attenzione, soprattutto in una prima fase del lavoro, a non personalizzare il rapporto con il giovane e la famiglia, rinviando invece sempre i pazienti al loro rapporto con il Giudice o con il Servizio che li ha in carico. In quest’ottica molto del contenuto delle sedute riguarderà il confronto sulle “mosse” che il giovane fa con l’Istituzione. La ratio del mantenere il focus sul Giudice e sul Processo rimanda al fatto che per tutta una prima fase ci si posiziona in modo neutrale rispetto alla fatica che il giovane fa nel venire alle sedute: il rischio proiettivo di sovrapporre in modo persecutorio la figura del terapeuta a quella del giudice è infatti molto alto, e devono essere trovati modi per evitare quanto più possibile questa possibilità (altrimenti la terapia risulterà fortemente a rischio).
    Non richiedere sin da subito al giovane un coinvolgimento intenso con il terapeuta spostando la conversazione su un terzo evita anche che il ragazzo venga eccessivamente sollecitato sul piano dell'investimento affettivo con il terapeuta: la richiesta infatti di coinvolgersi in una relazione emotivamente intensa può, soprattutto all’inizio, destabilizzare alcuni giovani e produrre reazioni di rifiuto e di fuga dal percorso.
    Come sostiene Taransaud (2014) in questi ragazzi, soprattutto in quelli più sofferenti, mancano oltre alla consapevolezza anche la capacità di reggere adeguatamente il “peso” di relazioni significative e reciproche. Ritengo quindi che sia utile con-porsi con il ragazzo e la famiglia ponendo al centro della terapia la domanda: “cosa vuoi che il giudice sappia di te tramite me?”, e “come posso aiutarti a realizzare ciò che vuoi per te dentro a questa vicenda del processo?”.
    Nonostante questo approccio contenga evidentemente elementi paradossali, in quanto viene sostanzialmente prescritto il sintomo della strumentalità, esso diviene però una risorsa evolutiva per il ragazzo: se infatti egli saprà utilizzare (questa volta “al meglio”) la sua strumentalità, otterrà dei benefici importanti con il giudice e dunque per la sua vita. Questo approccio è di norma più accettabile per il ragazzo rispetto al messaggio che arriva dal sistema giudiziario: “ti impongo di cambiare spontaneamente, altrimenti finisci ancor più nei guai”, in quanto mette il giovane in una posizione attiva: “posso attivarmi affinché lo psicoterapeuta mi aiuti a fare i miei interessi”.
    Sarà poi tra le pieghe di questa strategia che saranno trovati gli spazi per l’ingaggio relazionale ed il cambiamento, anche emotivo.
    Come detto più sopra la proposta qui presentata risulta coerente con il modello di intervento educativo di tipo “contratto”, in quanto ne condivide lo spirito di “accordo” con il ragazzo rispetto ad obiettivi e strumenti, sebbene ne dia una connotazione maggiormente strategica, ritenuta da chi scrive più efficace con i giovani più difficili.

  6. Favorire lo sviluppo della responsabilità e la riflessione sull’agire deviante: linee guida.
    Gli obiettivi del lavoro terapeutico con i giovani autori di reato più resistenti sono stati oggetto di un ampio dibattito scientifico.
    Per molti autori questi ragazzi risultano deficitari nel controllo degli impulsi, nella valutazione di situazioni, di stati interni, nella formulazione di pensieri. Per tale ragione secondo alcuni andrebbero aiutati a sviluppare la facoltà della mentalizzazione (Fonagy, 1999, Bleiberg 2001, Novelletto, 2009, Taransaud, 2014, Maggiolini, 2014) mentre per altri è importante creare un contesto accogliente nel quale la relazione di fiducia svolga funzioni riparative di passati attaccamenti inadeguati (Eagle, 2011, Kernberg, 2012).
    A questo proposito Biscione e Pingitore (2015) sottolineano quanto sia ancora presente in molti autori l’idea che alla base del comportamento deviante possa esserci un’antica componente traumatica “… ancora oggi molti professionisti tendono ad attribuire a presunti traumi ed eventi problematici del passato del soggetto le cause del comportamento deviante attuale” (p. 28).
    Nella mia esperienza ho trovato utile lavorare con i giovani autori di reato per far loro comprendere soprattutto il valore comunicativo del loro agire deviante e per ritrovarne, secondo una logica sistemica, la
    ragione relazionale
    .
    Va precisato che un tale orientamento di lavoro comporta la richiesta a questi giovani di uno sforzo notevole su due fronti: da un lato rispetto all’utilizzo delle capacità immaginative (spesso sottoutilizzate a favore di una modalità più reattiva ed impulsiva di gestire le relazioni, i problemi, le emozioni, ecc..) e dall’altro rispetto al fatto ciò li costringe ad assumersi pienamente la responsabilità pragmatica dei propri gesti in quanto restituisce loro una immagine di sé personale e sociale dissonante rispetto a quella che avevano sino a quel momento consolidato (relativa ad esempio all’agire deviante come conseguenza di una influenzabilità caratteriale, o di una inconsapevolezza, o di una incapacità nel contenere le spinte aggressive o predatorie, ecc..).
    Il rimando diviene quindi che essi agendo in modo relazionale abbiano seguito una logica coerente a specifici obiettivi e finalizzata al loro raggiungimento.
    Sul piano operativo e relativamente alla motivazione all’agire deviante potremmo ad esempio porci (e porre) la domanda se questi giovani sono in opposizione alla famiglia o se cercano all’opposto una conferma all’interno di un contesto deviante, se lanciano specifici messaggi a qualcuno di significativo nel loro sistema di relazioni (spesso legati a rabbia, tradimento, delusione, paura), e così via.
    Sul piano del cambiamento possibile, attraverso la progressiva tolleranza delle determinanti relazionali e comunicative del loro agire deviante, questi giovani possono individuare strategie alternative e più adattive di relazione con il proprio contesto di riferimento pur mantenendo ad un certo livello i medesimi obiettivi di fondo (di tipo “sistemico”). Questa individuazione di strategie alternative naturalmente evita loro di esporsi a nuovi rischi per la propria vita.
    La responsabilità si declina quindi innanzitutto come autotutela, per poi estendersi ad una visione interconnessa del proprio essere in relazione con gli altri e con la società.

 

Note.

1) MARCO SCHNEIDER, psicologo e psicoterapeuta sistemico-relazionale, referente esterno dell’European Institute of Systemic-Relational Therapieswww.eist.it – membro EFTA CIM e consigliere SIRTS, è stato per oltre un decennio Psicologo per un Servizio Penale Minorile di un Comune nella Provincia nord di Milano e per l’Azienda Consortile “Insieme per il Sociale”. Si occupa di trattamento psicologico dei giovani antisociali e di terapia familiare con adolescenti resistenti e non collaboranti. www.psicologo-rho.com.

2) I servizi che si occupano di questi giovani sono infatti nella grande maggioranza pubblici o appartengono al terzo settore/privato accreditato, finanziati comunque dal servizio pubblico.

3) L’idea che il lavoro psicoterapeutico con i giovani antisociali e/o devianti necessiti di modifiche rispetto al “classico” setting terapeutico non è in realtà nuova: essa infatti è espressa da tempo da diversi autori, come ad esempio in Italia Lino Rossi (2004) e Alfio Maggiolini (2014).

4) Art. 28 DPR 448/88.

 

Bibliografia.

Biscione M.C. & Pingitore M. (2015). L'intervento con gli adolescenti devianti. Teorie e strumenti. Milano: Franco Angeli Editore.
Bleiberg E. (2001). Treating personality disorders in Child and adolescents. A relational approach. New York: The Guilford Press.
Dazzi S. & Madeddu E. (1999). Devianza e antisocialità. Le prospettive scientifiche e cliniche contemporanee. Milano: Raffaello Cortina Editore.
De Leo G. & Patrizi P. (1999). Trattare con adolescenti devianti, Progetti e metodi di intervento nella giustizia minorile. Roma: Carocci editore.
De Leo G. & Patrizi P. (2002). Psicologia della devianza. Roma: Carocci editore.
Eagle M. (Trad. it. 2011). Da Freud alla psicoanalisi contemporanea. Critica e integrazione. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Fonagy P. (2000). Attachment in infancy and the problem of conduct disorders in adolescence: the role of reflective function. London: Greupp.
Kernberg O.F. (2012). Divergenze nella Psicoanalisi contemporanea. Psicoterapia e Scienze Umane. 16: 7-34. DOI: 10.3280/PU2012-001001
Maggiolini A. (2014). Senza paura, senza pietà. Valutazione e trattamento degli adolescenti antisociali. Milano: Raffaello Cortina.
McWilliams, N. (Trad. it. 2006). Psicoterapia Psicoanalitica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
McWilliams, N. (Trad. it. 2012). La diagnosi psicoanalitica. Roma: Astrolabio Editore.
Novelletto A. (2009). L’adolescente. Una prospettiva psicoanalitica. Roma: Astrolabio editore.
Paris J. (1996). Antisocial personality disorder. A biopsychosocial model. Canadian Jurnal of Psychiatry, 41, 2: 75-80. DOI: 10.1177/070674379604100203
Rossi L. (2004). Adolescenti Criminali. Roma: Carocci Editore.
Roth A. & Fonagy P. (Trad. it. 1998). Psicoterapia e prove d’efficacia, quale psicoterapia per quale paziente. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore.
Schneider M. (2014, September). La Psicoterapia nella Messa alla Prova con giovani delinquenti. Paper presented at EIST Convention ”Come trasformare i vincoli in risorse? L’approccio sistemico dentro e
fuori la stanza di terapia”, Milano, It.
Schneider M. & Testa D. (2015, March). Gli adolescenti e la criminalità giovanile: identikit, cause, legislazione. Paper presented at workshop “Sul filo del Rasoio”, Circolo Della Stampa, Milano, it.
Schneider M. & Caponi Beltramo M. (2017). Quanto contano le relazioni? Matrici familiari del disadattamento giovanile. Published October 27, 2017, from: http://www.stateofmind.it/2017/10/disadattamento-adolescenti/. ID Articolo: 149058
Schneider M. (2017, November). Paura e comportamenti antisociali nei minorenni: l’importanza del dialogo terapeutico tra adolescenti, famiglia ed esperti. Poster presented at SIRTS International Congress “Violenza e dialogo”, Milano, It.
Schneider M. (2018a, June). L'intervention avec la famille non-collaboratif du jeune délinquant. Contextes, caractéristiques et stratègies. Paper presented at Congrès EFTA CIM IAC “Pratiques actuelles avec les familles”, Toulouse, Fr.
Schneider M. (2018b) Quando il rischio è il carcere: la psicoterapia con i giovani autori di reato. Terapia Familiare, 118.
Stone M. H. (Trad. it. 2002). Pazienti trattabili e non trattabili. I disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Taransaud D. (Trad. it. 2014). Tu pensi che io sia cattivo. Strategie pratiche per lavorare con adolescenti aggressivi e ribelli. Milano: Franco Angeli Editore.

Altro:
DPR 448/88: “Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”. From: http://www.laricerca.loescher.it/images/stories/pdf_normative_1/dpr_448_1988_disposiz_penali_minori.pdf
Sistema informativo dei Servizi Minorili (SISM), 2017. From: https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/dgmc_quindicinale_15maggio2017.pdf