Collusioni, paradossi e demonizzazione nelle coppie in fase di separazione

 

Di Renzo Marinello e Davide Sacchelli

 

Abstract

Il fenomeno delle separazioni conflittuali appare, in questi ultimi anni, in crescita esponenziale. L’articolo concepisce questo fenomeno come una “malattia della relazione”, un evento che si realizza “tra” gli individui invece che “entro” gli individui. A partire da un’analisi della relazione di coppia nel tempo della seconda modernità, attraverso i concetti di detradizionalizzazione, individualizzazione e idealizzazione dell'amore romantico, si arriva alla definizione di “coppia a transazione schismogenetica” per descrivere le interazioni che si realizzano entro la dinamica conflittuale post-separativa. Centrale entro tale concettualizzazione, è il concetto di “demonizzazione incrociata”; l’ex partner assume per ciascuno dei due componenti della coppia il ruolo di demone, del quale ciascuno dei due individui si sente inevitabilmente vittima. La dinamica schismogenetica è continuamente alimentata e ricorsivamente amplificata dagli elementi del macrosistema entro il quale la coppia è inserita, macrosistema composto dai sistemi giuridico, clinico e delle famiglie d’origine. I figli delle coppie in conflitto post-separativo si trovano in una posizione molto difficile perché sperimentano continue triangolazioni e conflitti di lealtà verso i due genitori immersi nel fenomeno della demonizzazione incrociata; questa posizione “tra due fuochi” richiede di mettere in atto forme di adattamento atte a garantire la loro sopravvivenza psichica. L’articolo propone, in conclusione, una rilettura in termini sistemici del concetto di alienazione genitoriale originariamente proposto da Gardner; quest’ultimo sembra rappresentare la migliore forma di adattamento possibile al conflitto genitoriale. Nel rifiuto dell’idea che i genitori mettano in atto forme di manipolazione consapevole dei figli, quest’ultimo, a sua volta protagonista della vicenda diventa allora “figlio alienante”.

 

Parole chiave: detradizionalizzazione, individualizzazione, idealizzazione, schismogenesi, demonizzazione, amplificazione, marginalizzazione, alienazione genitoriale, coppia.

 

 

Negli ultimi anni il fenomeno della conflittualità post-separativa è cresciuto esponenzialmente. Rimasto per lungo tempo sotto soglia, è balzato agli onori della cronaca e all'attenzione degli specialisti. Nei manuali di salute mentale le separazioni conflittuali non trovano riferimenti diagnostici espliciti: la diagnosi si occupa generalmente della persona, quasi mai di relazioni, come se i disfunzionamenti relazionali venissero ascritti a deficit del comportamento individuale. Occorre invece comprendere che ci troviamo di fronte ad una vera e propria "malattia della relazione": una sorta di buco nero dentro il quale le coppie rischiano di scivolare trascinando con sé i propri figli.

È importante distinguere il fenomeno della conflittualità post-separativa dalla violenza intra-familiare e dalla violenza di genere. Sebbene nella conflittualità post-separativa possano presentarsi anche fenomeni di violenza fisica, essa ha un carattere episodico e occasionale. La violenza fisica nelle coppie in conflitto post-separativo non si costituisce mai come un organizzatore relazionale, vale dire come evento ricorrente e atteso, intorno al quale si organizzano le relazioni familiari.

 

La relazione di coppia e la relazione genitoriale nella seconda modernità

 

Per certi aspetti, la conflittualità post-separativa è un fenomeno tipico della seconda modernità, investita dai processi di detradizionalizzazione e individualizzazione. Per detradizionalizzazione intendiamo il progressivo affrancamento dai ruoli e dalle identità prescritte che canalizzavano le scelte degli individui entro itinerari biografici standardizzati. Bauman comprende tale sviluppo storico attraverso la metafora della liquefazione dei corpi solidi che caratterizzavano la modernità industriale. I corpi solidi della società industriale costituivano dei vincoli che permettevano al singolo individuo di comporsi in una trama di legami sociali e familiari, che hanno sempre mostrato una intrinseca duplicità: da una parte, limitavano la libertà dei singoli individui, dall'altra, costituivano un reticolo relazionale all'interno del quale sperimentare intimità e sostegno. L'implosione della struttura sociale tradizionale determina l'insorgere di un vuoto che il singolo individuo è chiamato a riempire, individualizzandosi nel mondo e costruendo la propria vita in condizioni di insicurezza e di incertezza. Beck, uno dei massimi esponenti della "società del rischio", comprende l'individualizzazione in una duplice prospettiva: nella dimensione dell'affrancamento, inteso come progressivo e ineludibile processo di sganciamento da forme e vincoli sociali storicamente determinati, e nella dimensione del disincanto, inteso come perdita di certezze e sicurezza.

 

La sorte dell'individuo contemporaneo, soggetto all'individualizzazione, ricorda quella di un trapezista senza rete di protezione, libero di volteggiare e altrettanto libero di cadere. In assenza di consolidati riferimenti intorno ai quali orientare il proprio agire, l'individuo si trova perennemente confrontato con il possibile esito fallimentare delle proprie scelte, sperimentando, a fasi alterne della propria biografia, una condizione di scacco e di impotenza. Ogni caduta corrisponde, infatti, ad un colpevole fallimento, a un deficit della capacità di usufruire di tutte le innumerevoli possibilità di scelta in cui si compone il nostro mondo.

Detradizionalizzazione, individualizzazione e idealizzazione dell'amore romantico sono processi che avvengono simultaneamente. Quanto più vengono meno le trame e i legami sociali, tanto più la dimensione antropologica dell'affidamento, tipica dell'essere umano, si rivolge e si organizza nella relazione a due. In questo senso, la relazione di coppia, che nell'amore trova il proprio fondamento, nasce dalla costrizione all'individualizzazione per configurarsi come utopia dell'anti-individualizzazione, rimedio al vuoto e alla solitudine esistenziale. Questa condizione, come vedremo, può aiutarci a individuare un importante paradosso insito nella dinamica relazionale delle coppie in conflitto post-separativo: l'eterno conflitto, che attanaglia i partner in una struttura relazionale schismogenetica, sembra configurarsi anche come un'alleanza a due per sospendere la fine.

 

Se la relazione di coppia appare come residuo di una comunità andata dispersa, fonte di solidarietà e rimedio alla solitudine esistenziale, la relazione con il figlio si costituisce come unica possibilità rimasta di sperimentare l'appartenenza entro un legame indissolubile. È questa la dimensione nascosta del legame genitori-figli nella seconda modernità. Di contro all'imprevedibilità, alla discrezionalità e alla revocabilità, attributi che concorrono a definire la condizione dei legami nell'epoca contemporanea, il legame con il figlio, nell'immaginario del genitore, è sorretto dalla durata e dall'indissolubilità. E', in altre parole, un legame solido che si oppone alla liquefazione e che, per questa ragione, rappresenta una fonte di identità, di stabilità e di sicurezza.

 

Una delle ragioni dell'estenuante lotta tra i genitori nella fase di separazione deriva, a nostro avviso, dall'enorme significato che il figlio ha assunto nell'epoca contemporanea. Al dolore per la rottura della relazione coniugale, si aggiunge l'angoscia di poter perdere l'ultima relazione primaria rimasta, che si immaginava incrollabile e irrevocabile. Alla base del conflitto, è possibile rintracciare il doloroso disincanto che emerge nel temere che la relazione con il figlio sia messa a repentaglio in seguito alla separazione coniugale. Se, nell'immaginario del genitore, la relazione con il figlio è in pericolo, è il genitore stesso a sentirsi in pericolo, in quanto deprivato di quel legame che garantiva ancoraggio e stabilità alla propria vita.

È interessante osservare la situazione paradossale che fa da sfondo alla relazione genitore-figlio nell'epoca della condizione individualizzata di esistenza: il figlio è temuto e desiderato per lo stesso ordine di motivazioni che si riferiscono all'indissolubilità del legame. Se da un lato l'irrevocabilità del legame comporta l'emergenza di un vincolo inaccettabile, in quanto limitazione della libertà di dispiegare il proprio progetto nel mondo, dall'altro è fonte di senso, possibilità di esperienza di sé, incontro con l'immaginario inscritto nella propria dimensione affettiva, perno di stabilità e permanenza nel tempo. È in questo senso che diminuzione delle nascite e accrescimento dell'importanza del figlio sono processi speculari: le nascite diminuiscono in quanto il figlio è un ostacolo all'individualizzazione, la sua importanza aumenta come ultimo rimedio all'individualizzazione.

 

La demonizzazione incrociata

 

Riprendendo una nozione proposta da Bateson, la struttura relazionale dei soggetti in conflitto si configura come schismogenetica, in quanto caratterizzata da sequenze di interazione cumulativa che portano ad una differenziazione progressiva tra i partner sino a produrre, in certi casi, il collasso del sistema. Il fulcro della struttura è rappresentato dalla demonizzazione incrociata che accompagna i partner nella costruzione di una narrazione speculare e opposta nella quale l'altro diventa sempre più odiato e, allo stesso tempo, sempre più temuto. Benché la demonizzazione incrociata possa essere pensata come una scintilla che si origina all'interno del sistema coppia, in quanto entrambi i partner si mostrano inaccessibili a trattare il proprio dolore, il carburante e il detonatore della struttura schismogenetica si trova, generalmente, all'incrocio tra sistema coppia e altri sistemi determinati dal conflitto.

 

Famiglie d'origine, avvocati, consulenti d'ufficio o di parte, giudici, assistenti sociali e psicologi, generalmente, si configurano come elementi che, in interazione con il sistema coppia, mantengono e amplificano la schismogenesi. Quanto più la dinamica relazionale viene intensificata da circuiti di amplificazione, tanto più la schismogenesi assume una funzione moltiplicativa e, come in una reazione a catena, diminuiscono le possibilità di interruzione o di inversione di tendenza. Perché l'amplificazione possa generarsi sembra necessaria l'interazione di almeno due circuiti in accoppiamento strutturale e di un osservatore esterno. Per accoppiamento strutturale Maturana e Varela intendono "due (o più) unità autopoietiche si possono trovare accoppiate nella loro ontogenesi quando le loro interazioni acquisiscono un carattere ricorrente o molto stabile. (…) In queste interazioni la struttura dell’ambiente innesca solamente i cambiamenti strutturali delle unità autopoietiche (non li determina né li «istruisce») e lo stesso avviene per l’ambiente. Il risultato sarà una storia di mutui cambiamenti strutturali concordanti finché non si disintegreranno: ci sarà cioè accoppiamento strutturale” (Maturana e Varela, 1984; p.80). Per unità autopoietica si intende un sistema autonomo in grado di ‘produrre’ sé stesso, un sistema la cui organizzazione genera il sistema stesso. Per dirlo con le parole di Maturana e Varela, "Il possesso di un’organizzazione non è, naturalmente, esclusivo degli esseri viventi, ma è comune a tutto ciò che possiamo studiare come sistema. Quello che però è tipico degli esseri viventi è il fatto che gli unici prodotti della loro organizzazione sono essi stessi, per cui non c’è separazione tra produttore e prodotto. L’essere e l’agire di un’unità autopoietica sono inseparabili, e ciò costituisce la sua modalità specifica di organizzazione" (Maturana e Varela, 1984; p.62).

 

Proponiamo di concepire la coppia e le parti componenti il macrosistema (sistema giuridico, clinico, famiglie d'origine, etc.) come unità autopoietiche in quanto unità autonome la cui organizzazione interna produce il sistema stesso. Come per i sistemi viventi, l’accoppiamento strutturale permette l’esistenza in quanto l’interazione costante dell’organismo con il suo ambiente lo mantiene in vita, così il processo schismogenetico nella coppia in conflitto post-separativo può essere mantenuto vitale solo attraverso l’interazione con il suo contesto di esistenza: il macrosistema.

 

Perché possa prodursi amplificazione, sembra che i due circuiti (coppia e macrosistema) debbano possedere un qualche tipo di omologia strutturale, ovvero essere composti dalla stessa materia, da strutture omologhe. Riteniamo che l’omologia strutturale possa essere rilevata entro le similitudini dei costrutti narrativi presenti nei diversi sistemi. Il sistema giuridico, ad esempio, appare strutturato in forma dualistica e bipolare (giusto/sbagliato, vero/falso) esattamente come la coppia che entra in conflitto separativo. Lo scontro che avviene sul piano della relazione di coppia si orienta, infatti, verso l'attribuzione della colpa all'ex partner a cui viene attribuito tutto il male che si è patito e che si continua a patire. È questa azione che permette a ciascuno di assumere la posizione di vittima.

 

Riteniamo che la demonizzazione incrociata abbia una funzione adattiva, poiché permette di riempire il vuoto di senso che si crea in seguito alla dispersione della narrazione condivisa, che ha accompagnato la coppia nel corso della sua storia. La separazione nelle coppie in conflitto costituisce un evento di particolare rilevanza in quanto destruttura la narrazione congiunta, sulla quale si basava il senso di appartenenza, il sentimento del «Noi», ponendosi come frattura inattesa che la demonizzazione contribuisce a cicatrizzare.

D’altra parte, la demonizzazione costituisce anche un vincolo che produce una serie di impoverimenti sistemici. Un primo esito della demonizzazione consiste nella progressiva cristallizzazione della descrizione dei partner in una struttura narrativa speculare e contrapposta. Quando la demonizzazione del partner si fa narrazione dominante, la possibilità di costruire narrazioni alternative, in grado cioè di attribuire un senso diverso al conflitto, sembra estinguersi. E a mano a mano che le narrazioni alternative evaporano, inaridendo le sorgenti di senso, la demonizzazione si fa sempre più narrazione potente e solitaria, impermeabile a qualsiasi ipotesi narrativa diversa. Gradualmente, ma ineludibilmente, si passa dalla polifonia alla monotonia semantica.  Un ulteriore decremento di possibilità che accomuna le coppie a transazione schismogenetica è lo sviluppo di un progressivo processo di alienazione dalla responsabilità. Entrambi i partner, delegando all'altro la responsabilità di aver avviato e di sostenere la dinamica conflittuale, ritengono di non avere alcuna possibilità di intervenire in modo da depotenziare il conflitto. Individuare il partner come unico responsabile significa riconoscere solo all'altro la facoltà di introdurre azioni che possano modificare la situazione relazionale, esonerandosi da ogni azione possibile e limitando la propria libertà.

 

Dato che possiamo configurare la libertà come possibilità di agire nello spazio-mondo, l’esonero della responsabilità implica un reciproco auto-incatenamento nella dinamica conflittuale. Un ulteriore impoverimento attiene alla dimensione del tempo: la coppia in conflitto non transita nella crisi, sosta nella crisi.  Il tempo misurato dal conflitto è un eterno presente che fagocita il passato e desertifica il futuro. Del passato nulla viene salvato, come se i partner pensassero che nella loro storia non si siano scambiati nulla di buono; il futuro, disegnato come il tempo del pieno riconoscimento della verità della propria narrazione, che imputa all'altro ogni responsabilità, non può che essere la riproposizione dell'identico dramma rappresentato nel presente. Il tempo vissuto dalla coppia è quindi un tempo che si dilata e si contrae nello stesso momento: si dilata nell'incistarsi nella storia passata, nella quale nulla è andato come si desiderava, e nel proiettarsi nel futuro, nel quale l'unica attesa è che sia riconosciuta la colpevolezza dell'altro, e si contrae in quanto ogni cosa viene inscritta nell'orizzonte atemporale determinato dal conflitto, in una dimensione tesa ad abrogare ogni differenza e a immobilizzare, in quanto eterna ripetizione, il progredire del tempo.

 

In questa prospettiva la narrazione demonizzante potrebbe essere configurata come un processo che determina un'inibizione della generatività. La nostra premessa è che la demonizzazione, costituitasi nel corso del tempo e nell'incrocio con altri sistemi di narrazione totalitaria, rappresenti un processo anti-generativo che determina un restringimento della libertà di costruire altre narrazioni possibili. La demonizzazione, infatti, tende a costituirsi come unica matrice di significato per attribuire senso alle azioni del partner. Una volta innescato il processo, entrambi i soggetti si privano della capacità di costruire storie alternative, in quanto le azioni e le intenzioni dell'altro verranno lette sempre nello stesso identico modo. Non ci si dà la possibilità di immaginare che l'altro possa essere spaventato dalla battaglia legale o avere il timore di perdere il legame con il figlio, non è accettabile abbandonarsi all'idea che l'altro si stia difendendo da azioni interpretate come attacchi.

 

L'irrigidimento della struttura narrativa fa sì che il grado di conoscenza che si crede di avere del partner si imponga come conoscenza irrinunciabile e certa, in una parola, assoluta. Da questo punto di vista, è il tema della libertà che si impone, in quanto i soggetti, invischiati nell'intrico della loro relazione, si mostrano inabili nel costruire descrizioni diverse del loro conflitto e delle dinamiche relazionali che lo strutturano. La progressiva riduzione della libertà si accompagna ad un restringimento delle potenzialità creative, soffocate dalla rigidità della descrizione demonizzante. Il sistema coppia perde quindi la capacità di reinventarsi, permanendo uguale a sé stesso, e di accogliere il nuovo che non viene visto in quanto non prefigurato come possibile. Configuriamo, dunque, la demonizzazione come un processo anti-generativo che, ponendosi come vincolo, determina un'inibizione della creatività e un restringimento della libertà. Il sistema, in altre parole, subisce un progressivo e inarrestabile impoverimento che, inibendo possibilità di vita, non permette l'evoluzione.

Da questo punto di vista, la narrazione demonizzante appare come costruzione paradossale: emerge come adattamento, consentendo ai partner di contrapporre una nuova descrizione alla morte della narrazione originaria, ma si evidenzia come adattamento che impedisce l'evoluzione. Ciò che mi guarisce è, allo stesso tempo, un attacco alla vita.

 

La demonizzazione incrociata come alleanza per sospendere la fine

 

Abbiamo in precedenza considerato come il processo di detradizionalizzazione sia connesso ad un progressivo depauperamento dei legami familiari e sociali che si accompagna all'evaporazione dei tradizionali vincoli culturali e sociali, nonché alla vertigine per la conquista di una condizione di libertà mai sperimentata prima. In questa prospettiva è possibile ritenere, da un lato, che il legame di coppia e il legame genitoriale siano, in un mondo sempre più liberalizzato, le principali fonti di identità della persona, le sue sorgenti di esistenza, e, dall'altro lato, che il vincolo inerente al legame si ponga come limite all'esercizio della propria libertà. È in questo antagonismo attinente al legame, necessario in quanto fonte di esistenza e impercorribile in quanto riduzione delle possibilità di esistenza, che risiede la specificità del legame di coppia nella seconda modernità.

Questi aspetti ci appaiono ben rappresentati nelle coppie in conflitto schismogenetico: da una parte sembra possibile pensare che entrambi i partner anelino a sciogliere il legame, anche se il nodo relazionale permane, in quanto lo scioglimento del legame implica trattare il legame, mentre gli attori si ostinano a cercare di sciogliere il legame attraverso l'annullamento dell'altro, dall'altra parte, entrambi i soggetti cercano di tenere in vita il legame, sia pure attaccandolo, in quanto la condanna all'inesistenza dell'altro è anche condanna all'inesistenza propria. Entrambi i partner, in altre parole, desiderano l'inesistenza dell'altro, la sua dispersione nel nulla, ma, allo stesso tempo, sentono la conquista di questa condizione relazionale come condanna alla propria inesistenza. La morte dell'altro riflette la propria ed entrambe annunciano la morte del sistema nel quale uno per l'altro si esiste. È questo il paradosso insanabile nel quale entrambi i membri della coppia si trovano immersi: il desiderio di sciogliere il legame con l’altro si avvita con il desiderio di mantenere in vita il sistema coppia.

Ci chiediamo se, attraverso la rappresentazione del conflitto, i partner non indichino la condizione paradossale nella quale sono invischiati: non è dato, infatti, annullare l'altro e, nello stesso tempo, conservare il sistema coppia. La battaglia che si combatte contro l'altro è dunque una battaglia per la vita, il cui fine è quello di fronteggiare la fine. In questa prospettiva la demonizzazione può essere configurata come un organizzatore sistemico che si oppone all'implosione del sistema, alla sua dispersione nel nulla, consentendogli di permanere nel tempo, sia pure cristallizzato in un eterno ed estenuante conflitto. Sotto questo profilo, la demonizzazione reciproca emerge anche come un'alleanza a due che, congelando il sistema, si oppone a quella dispersione sistemica che pure viene continuamente evocata dalla struttura schismogenetica che assume la relazione.

 

Circuiti ricorsivi tra il sistema giuridico, clinico e la coppia separata

Come accennato sopra, l’organizzazione interna del sistema giuridico sembra basarsi su una logica duale del tipo giusto-sbagliato, legale-illegale e soprattutto vittima-carnefice, logica perfettamente coerente con il modo di pensare della coppia in conflitto post-separativo. I componenti della coppia conflittuale vengono identificati come «parti» e ciascuna delle parti lotta per prevalere sull’altra in una logica competitiva orientata verso la vincita del procedimento, il riconoscimento della colpa e la sanzione dell’altro. Arbitro della competizione è la figura del Giudice. A lui sono delegate le funzioni di verifica delle asserzioni delle parti e la decisione rispetto a chi debba prevalere sull’altro vedendo infine riconosciuto il proprio status di vittima.

Le aspettative degli ex coniugi sono dirette verso il pronunciamento del Giudice: dato che, a causa della demonizzazione incrociata, ciascuna delle due parti attende che venga fatta giustizia nel riconoscimento del proprio status di vittima e nella conferma all’altro del ruolo di carnefice, qualunque verdetto imparziale non potrà essere bene accolto e darà il via a successivi ricorsi finalizzati al riconoscimento della propria verità soggettiva nonché della propria virtù.

Analoghe aspettative sono rivolte al sistema clinico. In questo caso, l’attesa è spesso che l’altro riceva dal clinico una giusta diagnosi, un parere espresso da un esperto che categorizzi, riconoscendo infine l’altro nella sua naturale posizione di malato di mente, di soggetto pericoloso, in una parola di “demone”. Queste aspettative appaiono ancor più vere qualora i due siano coinvolti, insieme ai figli, in un percorso di CTU volto a valutare la situazione generale o ad appurare chi nella coppia sia il genitore maggiormente idoneo per accogliere il collocamento del figlio.

Nel sistema clinico, ambito che non dovrebbe essere caratterizzato come il sistema giuridico da una logica duale, è tuttavia possibile osservare una serie di ridondanze per così dire tipiche che, inevitabilmente, avvicinano il mondo clinico a quello giuridico, fino a rischiare una vera e propria assimilazione oltre la quale non è più possibile alcun tipo di lavoro orientato al cambiamento. Quando ciò avviene, il sistema clinico diventa un ulteriore circuito di amplificazione della schismogenesi, a sua volta basato su un’omologia strutturale dei due sistemi.

Prima ridondanza: Tanto maggiore è la forza del conflitto tanto più occorre separare i partner. Dato che l’espressione di aggressività è normalmente ritenuta inaccettabile e fonte di distruttività, si agisce in modo da evitare che quest’ultima si esprima ovvero i due ex partner sono visti e ascoltati separatamente. Quando ciò viene realizzato da un unico operatore, questi raccoglierà due narrazioni opposte e speculari, a causa del fenomeno della demonizzazione incrociata. Il mantenimento della separazione, tuttavia, alimenterà le aspettative duali di ciascuno dei due contendenti ovvero lo schieramento dell’operatore in favore della propria narrazione e il riconoscimento da parte sua, in qualità di esperto, della follia o quanto meno dell’inadeguatezza dell’altro come genitore. Quando, e ciò accade purtroppo molto spesso, i due ex-coniugi sono incontrati e ascoltati da due operatori diversi, molto di frequente questi ultimi si trovano spinti ad allearsi con le parti e a riprodurre il conflitto, alimentandolo a loro volta.

Seconda ridondanza: scelta di considerare la descrizione del soggetto come rappresentazione della realtà e radicalizzazione dei sistemi clinici. Questa seconda ridondanza concerne la perdita di neutralità del clinico. Occorre tenere presente, infatti, che il clinico, esposto al conflitto, si trova in una condizione particolarmente difficile, in quanto se aderisce alla narrazione del paziente può avere l’impressione di instaurare una relazione terapeutica, avvicinandosi al suo mondo di significati; se non vi aderisce, mantenendo una equivicinanza tra i partner, può descriversi come incapace di costruire una relazione di cura. Una volta realizzata l’alleanza terapeutica, tuttavia, inizia, suo malgrado, ad operare a favore del mantenimento e dell’amplificazione della schismogenesi.

Terza ridondanza: il distanziamento ovvero le prese in carico fantasma. Un terzo fenomeno che è piuttosto comune osservare entro i sistemi di cura che si occupano di separazioni conflittuali è la presa di distanza da parte degli operatori rispetto alla gestione del caso. A causa del malessere conseguente alla ripetuta esposizione al conflitto e del senso di impotenza che inevitabilmente tende a svilupparsi negli operatori, questi ultimi possano incominciare a non rispondere alle continue sollecitazioni provenienti dagli ex partner e dai loro avvocati. Questa deriva sembra realizzarsi in particolar modo all’interno dei servizi sociali ovvero entro quelle realtà che lavorano maggiormente a stretto contatto con l’Autorità Giudiziaria. Anche l’impossibilità di far cessare il conflitto tra le parti, magari dopo mesi di colloqui congiunti, può essere vissuta dall’operatore come un fallimento che mette a dura prova la sua percezione d’efficacia professionale. La cessazione del conflitto, infatti, è spesso considerata l’obiettivo ultimo dell’intervento, di un intervento però impossibile da realizzare finché il contesto stesso di lavoro opera per esacerbare la lotta.

È possibile concepire il sistema clinico e il sistema giuridico come altrettante componenti di un meccanismo macro-sistemico; questo stesso meccanismo include il livello micro-sistemico ed è quindi possibile pensare che la stessa coppia e le rispettive famiglie d’origine ne facciano parte a loro volta. Il dispositivo costituito dall’intreccio tra gli elementi macro-sistemici e quelli micro-sistemici, elementi che si co-determinano reciprocamente in modo ricorsivo, genera ed alimenta il processo schismogenetico. Tale dispositivo, come un insieme, una gestalt diversa dalla somma delle sue parti, possiede proprietà differenti ovvero di un livello diverso da quelle degli elementi micro-sistemici. In questa sede vorremmo evidenziarne due: la prima proprietà consiste nel fatto che il macrosistema pre-forma le relazioni tra gli individui e tra le componenti micro-sistemiche allorquando le assimila a sé; come le formine usate dai bambini sulla spiaggia necessitano solo di sabbia bagnata per creare una stella marina o qualunque altra forma, così gli elementi del macro-sistema possono disporre di un materiale perfettamente idoneo (gli individui appena separati) per generare conflitto, competizione e paura. Quando cioè gli individui accedono al sistema giuridico e a quello clinico questi ultimi elementi del macro-sistema iniziano a fornire narrazioni ad hoc per spiegare e significare il comportamento dell’ex-partner. Attorno a tali narrazioni esiste sufficiente consenso affinché appaiano credibili e fruibili dai due ex-partner che stanno cercando di separarsi. Tali narrazioni contribuiscono, inesorabilmente, ad alimentare la reciproca demonizzazione. Una seconda proprietà del macro-sistema è l’amplificazione del processo schismogenetico degli ex-partner.

 

Posizioni, narrazioni e adattamenti dei figli

 

Come accennato sopra i figli diventano veri e propri oggetti della contesa nella lotta di autodifesa ingaggiata dai due ex componenti della coppia. Quando ciò accade è come se, in un certo modo, in quanto “oggetti” della contesa i figli perdessero lo status di “soggetti”. Abbiamo definito questo processo con il termine di marginalizzazione; laddove l’attenzione di ciascun genitore è in larga prevalenza impegnata nelle azioni di difesa intraprese contro una figura mitologica che mira alla sua distruzione (demonizzazione), azioni che come abbiamo visto assumono la forma della controffensiva, il figlio in quanto soggetto è collocato al margine degli interessi del genitore. Sebbene mantenga una posizione di primo piano come oggetto della contesa e anche come oggetto da proteggere dalla pericolosità dell’ex-partner, perde però di visibilità agli occhi del genitore, in questo senso spesso parliamo di figli “non-visti” e di “de-soggettivizzazione”.

Un figlio può essere non-visto ad esempio rispetto ai suoi diritti, come quello della bi-genitorialità ovvero il diritto di potere avere due genitori, ma allo stesso modo il genitore coinvolto in una dinamica schismogenetica può non vedere il figlio nel suo essere coinvolto nella triangolazione e nel dilemma di lealtà, dimensioni alle quale il figlio è sempre esposto in presenza di un conflitto tra i due genitori.

Dell’Antonio scrive: “il bambino rimane così invischiato nel problema dei genitori: si sente costretto a scegliere da che parte stare, ma la scelta di uno comporta inevitabilmente la perdita dell’altro: e anche questo (…) è per lui fonte di ansia e di tensioni” (Dell’Antonio, 1993; p.53);  e ancora: “l’adattamento al modello relazionale del proprio nucleo familiare è d’altra parte per il bambino sempre condizione per garantirsi l’accettazione dei genitori: in un nucleo che si caratterizza per una collocazione dei genitori su posizioni contrapposte, diventa quasi inevitabile che i bambini si schierino al di qua o al di là del «fronte». Certo la scelta dell’alleanza può essere difficile per il bambino che ha un rapporto soddisfacente con entrambi i genitori, perché egli teme di esporsi alla rappresaglia di uno di essi” (Dell’Antonio, 1993; pp.79-80). Inoltre, il figlio, osservatore della dinamica conflittuale che blocca i genitori nel circuito della demonizzazione incrociata, viene a trovarsi in una condizione di imprevedibilità, in quanto depositario dei racconti incompatibili e contrastanti non negoziabili con i genitori. La demonizzazione incrociata incrina quella condizione meta che consente al figlio di orientarsi all'interno di un universo relazionale prevedibile. E ad apparire imprevedibili sono i legami, in quanto, nella descrizione del figlio, la permanenza di uno mette a rischio l'esistenza dell'altro. In questo modo questi viene a trovarsi in una condizione paradossale, in quanto non ha mai la certezza che mantenere il legame con uno dei genitori possa non risolversi nel rinnegare il legame con l'altro.

 

Il figlio esposto alla dinamica conflittuale dei genitori si trova così costretto a mettere in atto degli adattamenti, che a loro volta genereranno, nella dinamica relazionale triadica, ulteriori adattamenti da parte dei genitori. Un adattamento per così dire ‘tipico’ che garantisce una certa stabilità dei legami relazionali è rappresentato dalla posizione del “figlio diviso”. Il figlio può prendere l’abitudine di parlare male al padre della madre o alla madre del padre nel tentativo di esercitare un controllo sul proprio ambiente di vita. In questi frangenti i figli riportano ad entrambi i genitori fatti parzialmente o completamente inventati relativi all’altro genitore e, ancora più spesso, relativi al nuovo compagno della madre o alla nuova compagna del padre. Nelle situazioni più estreme, i racconti possono avere come contenuto forme più o meno gravi di abbandono o di maltrattamento, fisico e psicologico, compreso l’abuso sessuale. In queste situazioni le affermazioni dei figli appaiono assolutamente credibili per i genitori perché cadono sopra una percezione di “mostruosità” dell’altro e di “angelicità” del figlio, il processo di demonizzazione da un lato unito al pregiudizio degli adulti sull’innocenza dei bambini dall’altro. Non va dimenticato che le affermazioni e i racconti dei figli sentiti dal genitore concernono una persona percepita come estremamente pericolosa e potente, spesso violenta se non addirittura abietta. Questo tipo di comportamento da parte dei figli contribuisce ad innalzare nel genitore la percezione di pericolosità dell’ex partner, confermandone a tutti gli effetti la “mostruosità”; inevitabilmente quindi, contribuisce ad esacerbare la dinamica schismogenetica entro la quale i due genitori separati si trovano bloccati.

Gli adattamenti possibili messi in atto dai figli sono molteplici. Basandoci su osservazioni effettuate sulla casistica incontrata, abbiamo scelto di collocare gli adattamenti su un’asse temporale e su un’asse spaziale. Ciascuno di essi garantisce al figlio la possibilità di fronteggiare, almeno parzialmente, la dinamica schismogenetica dei genitori nella quale si trova suo malgrado coinvolto.

Asse temporale:

  • asse dipendenza (regressione) – autonomia (verso il gruppo dei pari)

  • asse depressione – aggressione

  • asse alto-basso funzionamento cognitivo

Asse spaziale:

  • il figlio diviso

  • il figlio mediatore

  • il figlio confidente-consolatore

  • il figlio partner sostitutivo

 

Per una riformulazione sistemica della Sindrome d’Alienazione Genitoriale

 

L’adattamento che meglio sembra garantire una condizione di equilibrio e stabilità è rappresentato dalla cosiddetta Sindrome d’Alienazione Genitoriale. Il concetto, introdotto da R. Gardner, è stato aspramente criticato per molte e differenti ragioni. Intendiamo chiarire subito la nostra posizione dicendo che sebbene possa essere affermato che non esiste alcuna sindrome d’alienazione genitoriale, tuttavia esistono i figli che rifiutano di incontrare i propri genitori e questa condizione dà adito ad una serie di conseguenze più o meno allarmanti che riteniamo non possano essere ignorate.

Dal nostro punto di vista due aspetti sostanziali della sindrome sono criticabili: il primo è l’uso stesso della parola sindrome che, in quanto termine medico, introduce il concetto di “malattia” e lo attribuisce al bambino. Non riteniamo che questi bambini siano portatori di alcuna malattia e, in quanto tali, non riteniamo che debbano essere curati. Il secondo aspetto che riteniamo fuorviante è l’idea che il rifiuto del bambino verso il genitore non collocatario sia il risultato di un lavaggio del cervello effettuato dall’altro genitore. Crediamo che ai figli, anche in giovane età, vada riconosciuta capacità di pensiero e decisionale; in ragione di ciò parliamo di “figlio alienante” e non di “genitore alienante”. Ci sembra che questo sia quanto meno un inizio, un modo per riconoscere la soggettività che viene troppo spesso negata ai figli attraverso i processi di marginalizzazione.

 

Riteniamo che, nel rifiuto di un figlio d’incontrare uno dei due genitori, esista una parola che assume un ruolo centrale e tale parola è “paura”. La paura di ciascuno dei due genitori struttura significati che vengono poi condivisi nel nucleo di appartenenza. I significati acquisiscono realtà attraverso il consenso e nel fenomeno della demonizzazione incrociata il sentimento della paura possiede un ruolo centrale; la condizione di demonizzazione, infatti, genera e viene mantenuta attraverso la paura. Dalla paura generano l’azione auto-protettiva e protettiva del figlio (attacchi) e la ricerca di spiegazione, ovvero l’attribuzione di significato.

 

Affermiamo dunque volentieri che non esiste alcun lavaggio del cervello intenzionale effettuato dal genitore collocatario. Esistono però le narrazioni demonizzanti, generate dalla paura. L’altro diventa demone per il genitore collocatario perché ‘fa paura’. E diventa demone anche per il figlio convivente con il quale sono condivise le attribuzioni sull’altro genitore non solo dal genitore collocatario ma dallo stesso macrosistema (demonizzazione secondaria). Spesso, proprio in ragione di quanto sopra, osserviamo la presenza di un legame fusionale con il genitore convivente, in quanto riconosciuto come colui che fornisce protezione e forse maggiore stabilità affettiva. In tal senso il figlio assimila la posizione della vittima in quanto l’altro è sempre percepito come carnefice presso entrambe le parti.

 

Non va mai dimenticato che le narrazioni e i significati condivisi generano spiegazioni e che le spiegazioni, a loro volta, generano realtà. Le narrazioni demonizzanti sono condivise attraverso la meta-comunicazione all’interno del nucleo familiare ove è collocato il figlio. Il figlio cioè apprende attraverso indicatori di contesto e non attraverso la comunicazione verbale diretta. Ciò che permane sono le indicazioni relative al modo in cui deve essere interpretata l’indicazione espressa. Generalmente, però, tendiamo a ignorare quasi completamente il ruolo importantissimo svolto dalla meta-comunicazione. Un esempio tipico è quando due genitori, immersi in una crisi di coppia, affermano che i bambini non sono a conoscenza della situazione in quanto i litigi non avvengono mai in loro presenza. Quello che accade nella realtà, di solito, è che i due litigano in una stanza, per esempio la cucina, magari chiudendo la porta, mentre i figli sono in soggiorno. Ma ai figli, che sono perfettamente a conoscenza della situazione dei genitori, per capire che i due stanno litigando basta sentire la porta che si chiude. ‘La porta che si chiude’, in questo caso, rappresenta l’elemento meta-comunicativo. Un interessante elemento meta-comunicativo presente in tutte le separazioni (anche non conflittuali) è quello che abbiamo chiamato “il Paradosso della separazione”: posso parlare bene dell’altro solo se lo amo ma se si è verificata una separazione allora probabilmente l’amore è finito. In tutti i casi il messaggio che ciascun genitore meta-comunicherà al figlio è “tuo padre o tua madre non mi piace”.

 

Quando l’altro genitore viene criticato o screditato apertamente, il figlio ha la possibilità di mettere in atto comportamenti verbali o anche fisici di tipo oppositivo. Queste reazioni, soprattutto in presenza di figli pre-adolescenti o adolescenti, sono di solito ben conosciute dal genitore collocatario che, proprio in ragione di ciò, fa tutto ciò che è in suo potere per non entrare in confitto con il figlio. Questo, anzi, rappresenta spesso un caposaldo dell’atteggiamento dei genitori collocatari: “devo mantenere la relazione con mio figlio ad ogni costo, quindi farò di tutto per evitare di entrare in conflitto con lui”. Ciò appare a maggior ragione realistico soprattutto quando è il genitore collocatario ad avere subito un abbandono da parte dell’altro partner, abbandono che peraltro rappresenta una condizione condivisa con il figlio. Siccome uno degli argomenti maggiormente delicati per il figlio che sta vivendo entro una dinamica di triangolazione e di conflitto di lealtà è proprio il rapporto con l’altro genitore, spesso il genitore collocatario abiura decisamente il ruolo normativo, in particolare per quanto concerne la frequentazione dell’ex-partner.

Il genitore collocatario lascia quindi spesso al figlio la scelta di frequentare o meno il padre o la madre credendo di assumere una posizione neutrale. Come ci insegna P. Watzlawick nel primo assioma della comunicazione, tuttavia, “è impossibile non comunicare”. Il genitore collocatario quindi, inconsapevolmente, sta meta-comunicando, pur tacendo. In primo luogo, sta dicendo: “tu hai il potere di decidere quali genitori avere” e in secondo luogo, svolgendosi la comunicazione in un contesto di demonizzazione e conflitto di lealtà, sta dicendo: “se tu decidessi di non vederlo/a, date le premesse (con chi dobbiamo avere a che fare), io ti capirei”. Il genitore collocatario, infatti, di solito ritiene l’altro inadeguato o disinteressato, per questo reputa perfettamente comprensibile il rifiuto del figlio.

 

In effetti uno degli elementi ricorrenti osservati nei casi di rifiuto di un figlio verso un genitore è esattamente il disconoscimento del ruolo normativo del genitore rifiutato. Spesso atteggiamenti normativi che farebbero normalmente parte del ruolo educativo di qualunque genitore sono vissuti, in queste situazioni, come vere e proprie forme di violenza indebita che, una volta comunicate al genitore convivente, confermano le narrazioni demonizzanti attribuite all’altro genitore.

 

Il figlio alienante tuttavia, sebbene mai disposto ad ammetterlo, prova colpa, vergogna e paura. Lo svuotamento di senso e la semplificazione che costruiscono il meccanismo di scissione (genitore buono e genitore cattivo) che è proprio del processo di demonizzazione, implica spesso la necessità di un congelamento delle emozioni. I sentimenti di colpa, vergogna e paura, tuttavia, permangono sebbene ad un livello diverso da quello della consapevolezza. Questo assetto dinamico, come forma di adattamento, rappresenta una condizione di stabilità precaria che una volta stabilizzatasi può costituire un nucleo fondante sulla base del quale dare forma alle relazioni future del bambino.

 

Un ultimo elemento caratteristico dell’alienazione parentale è rappresentato dalla interazione ricorsiva tra figlio alienante e genitore alienato. Quest’ultimo, molto spesso, prova vergogna per il fatto di essere rifiutato e tende ad «eclissarsi» mettendo in atto comportamenti evitanti nei confronti del figlio: non lo cerca, non lo chiama al telefono, si mostra poco interessato ad avere un rapporto con lui. Questi comportamenti evitanti, che sembrano essere utilizzati dal genitore per il mantenimento della propria autostima, possiedono poi un’ulteriore caratteristica: il genitore alienato tende a scagionarsi dalla colpa adducendo ogni responsabilità delle proprie “fughe” al genitore collocatario (demonizzazione), visto come colui che opera il lavaggio del cervello sul figlio rifiutante. I comportamenti del figlio (de-soggettivizzato) sono sentiti come interamente determinati dall’altro genitore e qui possiamo vedere nuovamente all’opera il fenomeno della marginalizzazione: anche il genitore rifiutato, infatti, fatica moltissimo nel riconoscere al figlio la qualità di soggetto e finisce per vederlo semplicemente come un oggetto informe nelle mani dell’altro genitore.

 

Questa situazione, e in ciò risiede la peculiarità ricorsiva del meccanismo, conferma ed alimenta nel figlio le spiegazioni legate al disinteresse da parte del genitore non collocatario. Il genitore “cattivo” è cattivo perché abbandona, perché non è davvero interessato al figlio, perché vuole incontrarlo per motivi nascosti ma intimamente legati alle intenzioni distruttive verso il genitore convivente e verso di lui. Ogni fuga del genitore alienato, quindi, non fa altro che confermare le narrative demonizzanti presenti nel nucleo figlio-genitore convivente.

 

 

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