È scomparso il 29 maggio 2026 a Parigi, all'età di 104 anni, Edgar Morin.
Con lui il pensiero umano perde uno dei suoi esploratori più coraggiosi e instancabili. Per la comunità dei pensatori sistemici e della complessità, la sua perdita ha un peso del tutto particolare. Morin non era semplicemente un filosofo o un sociologo: è stato un grande maestro, che ha fatto della relianza (la connessione) l’asse portante del suo pensiero e della complessità il suo metodo.
Insieme a pensatori come Gregory Bateson, Ilya Prigogine e Francisco Varela, ha posto le basi epistemologiche all'intuizione fondamentale che la vita, la conoscenza e la società sono fenomeni emergenti, non riducibili alla somma delle loro parti. Fu un soggiorno nel 1969 presso il Salk Institute for Biological Studies in California (ce lo ricorda Antonio Carioti sul Corriere della Sera del 30 maggio 2026) a far nascere il progetto di una ricomposizione multidisciplinare delle conoscenze umanistiche e scientifiche. Quel progetto trovò la sua espressione monumentale nei sei volumi de Il Metodo (1977-2004), nei quali Morin costruì un'alternativa epistemologica capace di tenere insieme ordine e disordine, certezza e incertezza, individuo e cosmo.
I suoi allievi e gli amici che lo hanno conosciuto lo ricordano come un essere umano straordinario, che mantenne tutta la vita il nome di battaglia assunto sotto la Resistenza al nazifascismo (Morin) accanto al cognome paterno (Nahoum).
Come scrive Mauro Ceruti sul Corriere della Sera del 31 maggio 2026, Morin aveva radici molteplici, ebraico-sefardite, italiane, spagnole, mediterranee, europee, e da queste radici aveva tratto «la vocazione per un'identità plurima» e «il rifiuto per ogni integralismo». Quella stessa pluralità che segnò la sua storia è divenuta il cuore epistemologico della sua opera: nessun sapere parziale, nessuna disciplina isolata può restituire la realtà nella sua complessità irriducibile. Il suo libro La testa ben fatta (1999) è un invito a tradurre questa verità in un metodo educativo. Il suo concetto di dialogica, la capacità di tenere unite logiche antagoniste senza forzarle in una sintesi, rimane uno degli strumenti concettuali più importanti ed attuali della pratica sistemica.
Sempre Ceruti ricorda che Morin, pochi giorni prima della morte, aveva condensato il nucleo del suo pensiero con queste parole: «La probabilità è a favore del peggio. Ma anche l'improbabile e l'imprevedibile sono possibili. Sembra che Thanatos debba essere vincitore. Ma, qualunque cosa accada, la nostra vita può avere senso solo prendendo le parti di Eros». È un messaggio che la comunità sistemica non può ignorare: il pensiero complesso non è mai stato solo un programma teorico, ma un appello etico a «cambiare strada», come Morin non smise mai di ripetere fino alla fine. Come scrive Ceruti, Morin ci ha insegnato a riconoscere che «nel brulicare di eventi, concezioni e idee, spesso non è il probabile ma l'improbabile ad affermarsi».
In un'epoca di policrisi globale, questa lezione è forse la più necessaria.
Grazie, Edgar Morin.
Federico Ferrari
Presidente S.I.R.T.S.