Era un ragazzo solare e la famiglia...era perfetta!
Gloriana Rangone[1] - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SOMMARIO
Siamo purtroppo esposti a un martellamento mediatico che tende a trasmettere una visione ipersemplificata della realtà, dove l’azione violenta si colloca come evento inspiegabile (è stato un raptus...). Questo messaggio tende a deresponsabilizzare la società civile, a demotivare chi dovrebbe porsi domande sulle proprie responsabilità e rischia di contribuire a produrre soluzioni spesso esclusivamente punitive che, lungi dal risolvere i problemi, possono addirittura aggravarli. L’articolo si propone di esplorare quale può essere il nostro contributo come terapeuti sistemici dentro e fuori la stanza di terapia e di quanto la nostra visione della realtà possa aiutare la società a non cadere nella trappola della semplificazione.
Parole chiave
Sfida della complessità, pensiero sistemico, importanza della relazione, creatività, mai da soli
ABSTRACT
Unfortunately, we are exposed to media hype that tends to convey an oversimplified view of reality, where violent acts are portrayed as inexplicable events (it was a moment of madness...). This message tends to absolve civil society of responsibility, demotivating those who should be questioning their own responsibilities, and risks to contribute to solutions that are often exclusively punitive, which, far from solving problems, can actually aggravate them. This article aims to explore what our contribution as systemic therapists can be, both inside and outside the therapy room, and how our view of reality can help society avoid falling into the trap of simplification.
Keywords
Challenge of complexity, systemic thinking, importance of the relationship, creativity, never alone
INTRODUZIONE
La complessità e la gravità della situazione nella quale stiamo vivendo a livello mondiale ci scuote senz’altro a livello emotivo, ma contemporaneamente ci interroga e ci disorienta anche da un punto di vista cognitivo. Non solo è difficile gestire le emozioni avverse che cronache e immagini drammatiche suscitano in noi, ma è anche sempre più difficile cogliere il senso di quanto sta accadendo, dalle stragi più efferate alla continua violazione dei diritti umani che avevamo imparato a dare per scontati e intoccabili. Di fronte a situazioni continuative cui stentiamo ad attribuire un senso, il rischio è di cadere nella trappola della semplificazione, nella ricerca di nessi di causa effetto che ci danno l’illusione di avere finalmente capito e forse anche di avere in mano la soluzione.
I fatti gravi che riguardano gli adolescenti sia come vittime sia come autori di violenza, che balzano con continuità agli onori delle cronache, vengono proposti con impressionante frequenza proprio con questa logica: o quanto è accaduto è totalmente inspiegabile, tutto andava bene nella vita di quel ragazzo o ragazza, oppure la causa del gesto viene individuata in qualcosa di specifico. Talvolta si tratta di una sorta di diagnosi ovviamente priva di qualunque significato scientifico (è stato un raptus...), altre volte di fenomeni sicuramente importanti (ad esempio la dipendenza dai social), ma di certo non esaustivi sul piano esplicativo. Emerge anche con grande frequenza il tema della sfida. Sfidare, mettersi alla prova, magari sopravvalutare le proprie capacità sono sicuramente aspetti che caratterizzano questa fase della vita, ma ricondurre condotte estreme anche con esito letale solo a questo non ci è di certo utile.
Dobbiamo tener sempre presente che i fenomeni sono il prodotto di una serie di fattori che interagiscono, che dobbiamo parlare di correlazioni e non di cause e che dobbiamo dotarci di un metodo rigoroso che ci consenta di giungere a conclusioni accettabili.
La terapia sistemica fin dai suoi albori si basa proprio sull’idea che per capire e conseguentemente trattare efficacemente un problema, un quadro psicopatologico, uno stato di sofferenza, occorre allargare il campo di osservazione per includere le relazioni significative. Non solo per capire quali fattori sono alla base di quello stato, ma anche per muovere le risorse indispensabili ad affrontarlo efficacemente. Molto tempo è passato da quando i pionieri della terapia familiare hanno rivoluzionato il modo di leggere i sintomi e gli stati psicopatologici e molti passi avanti sono stati fatti, ma il postulato “un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica” (Watzlawick, Beavin & Jackson, 1971, p.14) continua ad essere la base del nostro sapere clinico.
LA DIAGNOSI: TRAPPOLA O RISORSA?
Molto spesso nel nostro lavoro clinico ci troviamo di fronte a pazienti cui è stata fatta una diagnosi. Non è facile farne buon uso, ovvero cogliere le informazioni contenute in quella definizione senza però restarne intrappolati. Anche in questi casi la complessità deve essere la nostra guida… Talvolta sono proprio i nostri interlocutori a indirizzarci.
Il caso della famiglia Rossi
Due genitori chiedono a un terapeuta di poter iniziare una terapia familiare. Hanno un figlio di 12 anni, Roberto, cui è stata fatta una diagnosi di ADHD. Riferiscono di aver approfondito il tema su internet e di aver verificato che, in ragione dei comportamenti destabilizzanti messi in atto dai figli portatori di tale diagnosi, è molto frequente che i genitori litighino. Riferiscono che in effetti da circa un anno la loro relazione di coppia, da sempre conflittuale, si è ulteriormente esacerbata. Tutte le sere si scontrano, anche alzando reciprocamente le mani. Non se la sentono però di attribuire la responsabilità del loro malfunzionamento ai comportamenti sicuramente impegnativi di Roberto e pertanto chiedono aiuto, dicendosi convinti che quanto accade tra di loro non può non avere una ricaduto sul figlio.
Ma altre volte la situazione è più insidiosa...
Il caso di Filippo
Filippo, 30 anni, chiede aiuto psicologico su indicazione del servizio di psichiatria dal quale è seguito. E’ un uomo garbato, dallo sguardo intelligente. Alla domanda della terapeuta sui motivi che lo portano a chiedere aiuto, inizia a raccontare che gli sono state fatte molteplici diagnosi nel corso del tempo, a partire da quando aveva circa 12 anni. Con grande competenza nomina le varie diagnosi, arricchendole di sintomi specifici che le giustificano. Trascorrono così i primi 20 minuti della seduta, durante i quali Filippo si sporge in avanti per vedere se la terapeuta sta prendendo appunti. Arrivati all’ultima diagnosi la terapeuta (che non ha preso alcun appunto) dice “E se dopo questa escursione nel DSM parlassimo un po’ di Filippo?” Filippo si blocca, spalanca gli occhi e poi esplode in una contagiosissima risata. Poi si rattrista e dice “Io sono sempre stato male...” E la terapia ha inizio. Sarà una lunga terapia, con aperture significative ai familiari. Oggi Filippo lavora, ha una relazione con una ragazza, ha un rapporto sufficientemente equilibrato con i genitori. A valle del raggiungimento di questi risultati, nel corso di una seduta ha confidato alla terapeuta che quanto era accaduto nella prima seduta era una trappola da lui costruita per vedere se la sua interlocutrice teneva più a lui che alle sue diagnosi...
QUANDO IL PROBLEMA ESPLODE OUT OF THE BLUE
Altre volte ci troviamo di fronte al problema opposto. Un problema grave si manifesta senza che ci siano segnali che possano far pensare all’esistenza di disfunzionalità. Questo tema ci sfida sia all’interno del setting clinico sia all’interno del contesto più allargato con il quale entriamo in contatto nel corso della nostra operatività come psicologi. Nel primo caso è importante sapere che lo strumento sul quale possiamo fare affidamento è sicuramente la relazione terapeutica, che però può essere compromessa quando restiamo sconcertati ad esempio dalla difficoltà dei genitori a riconoscere segnali di sofferenza anche importanti nei figli. Se pensiamo “ma com’è possibile che...” dobbiamo senz’altro confrontarci e chiedere aiuto perché quel pensiero, se non trattato, finirà con inquinare il nostro lavoro. Sarà importante anche capire quali sono i nostri pregiudizi. Possiamo ad esempio essere più comprensivi nei confronti di alcune tipologie di persone e molto meno nei confronti di altre...
Ma anche al di fuori del setting terapeutico possiamo svolgere una funzione importante. Consulenze, formazioni, collaborazioni all’interno di vari contesti possono darci l’occasione per essere di sostegno ad altri operatori nell’individuare situazioni di rischio che o non vengono viste o vengono sottovalutate.
Pensiamo al fenomeno della Teen Dating Violence (O’Keefe, 2005) in crescita anche nel nostro paese (Cuccì, O'Leary, Olivari, Bonanomi & Confalonieri, 2019). Si tratta sicuramente di qualcosa ancora più insidioso e difficile da evidenziare rispetto al bullismo, in quanto si verifica all’interno di relazioni che dovrebbero essere caratterizzate da fiducia, rispetto, sostegno reciproco.
Il caso di Alessia
Alessia ha 16 anni e frequenta il liceo classico. Da circa 6 mesi ha una relazione con Stefano, suo compagno di scuola. E’ la sua prima relazione sentimentale e Alessia è contentissima. I genitori notano cambiamenti nel comportamento della figlia: non esce più con le amiche ma solo con Stefano, non mette più la minigonna, è costantemente in videochiamata con lui, ha perso interesse per la pallavolo, che era la sua passione. Quando la madre scopre i segni di bruciature sulla schiena della figlia, i genitori decidono di chiedere aiuto. Molti gli elementi che concorrono a spiegare perché Alessia sia caduta nella trappola della violenza: un padre lontano e assorbito dal suo lavoro, una madre con alle spalle gravi trascuratezze e abbandoni da parte dei genitori e poco capace di cogliere il disagio della figlia, insegnanti che pur avendo visto segnali inequivocabili non hanno dato a questi segnali il giusto peso e così via. Il coinvolgimento della scuola e dell’associazione sportiva, oltre ovviamente all’impegno della famiglia, ha consentito non solo ad Alessia di uscire dalla trappola della violenza ma anche di dare il via ad una serie di interventi che hanno bloccato gli agiti aggressivi di Stefano e che hanno posto le basi perché anche lui ricevesse aiuto. E’ importante sottolineare che se ci muoviamo guidati da uno sguardo aperto possiamo incidere davvero positivamente non solo sul percorso di vita dei nostri pazienti, ma anche indirettamente su quello di altri. In situazioni di questo tipo è davvero utile chiedersi che cosa succeda nel contesto di vita di un ragazzino di 16 anni che lo porti a sentire che l’unica possibilità che ha di avere una relazione sentimentale sia di esercitare un dominio su una coetanea (Corn, Malgesini, Pezzotta,2024).
È difficile pensare che quando succede qualcosa di grave non ci sia a monte una complessità data dalla co-presenza di fattori di rischio significativi. E’ possibile però che i segnali non siano stati visti oppure sottostimati. Come ci ricorda Eleanor Roosvelt[2], se c’è un abuso c’è un aggressore, una vittima e qualcuno che sta a guardare. La posizione di chi sta a guardare coinvolge ovviamente tutta la società civile e ci interroga su quale può essere il nostro contributo, qualunque sia il ruolo da noi svolto.
Il caso di Daniele
L’insegnante di matematica nota che Daniele ha sulle braccia numerosi segni di tagli. Daniele ha 15 anni, è chiuso e isolato e spesso sembra distaccato dalla realtà. Alla fine della lezione l’insegnante chiede al ragazzo di potergli parlare, gli dice di aver visto i tagli e di essere preoccupata. Daniele minimizza “Ma no prof, non si preoccupi! Mi sono tagliato ma adesso non lo faccio più...” Alla domanda dell’insegnante quando è avvenuto l’ultimo taglio, Daniele risponde che è successo due giorni prima. L’insegnante esprime il suo dispiacere e la sua preoccupazione. Il ragazzo si apre, dice di sentirsi molto triste e che tagliarsi lo fa sentire meglio. Tuttavia, ripete che non lo farà più. Ma l’insegnante non si arrende, dice di essere contenta se il ragazzo interromperà le sue condotte autolesive, ma ribadisce la sua preoccupazione e condivide con Daniele la sua intenzione di convocare i genitori per parlare con loro. Daniele non si oppone anche se non ha molta fiducia in quello che i genitori potranno fare per lui. A conclusione del colloquio il ragazzo confida all’insegnante che nessuno dei due si è mai accorto dei tagli. Il percorso terapeutico porterà alla luce criticità relazionali interne alla famiglia mai affrontate o - se emerse - gravemente sottovalutate, connesse al profondo stato di disagio di Daniele, che ha imparato a placare il suo dolore attraverso atti autolesivi ripetuti.
Grazie all’intervento dell’insegnante e nonostante la difficoltà dei genitori a diventare consapevoli - sia della gravità dei comportamenti di Daniele, sia della loro cecità in relazione ai comportamenti stessi - ha potuto essere avviato un percorso di terapia familiare che si è rivelato efficace per il benessere di tutta la famiglia.
GLI ALTRI SISTEMI SIGNIFICATIVI
L’inclusione degli altri sistemi significativi in cui l’individuo è inserito è importante non solo per aiutare la comprensione dei comportamenti, ma anche per la mobilitazione di risorse importanti. I contesti dai quali attingere elementi per costruire le ipotesi che guidano il nostro intervento, ma anche risorse importanti per affrontare efficacemente i problemi, non sono solo quelli istituzionali (anche se la scuola resta senz’altro l’ambito di elezione per gli adolescenti), bensì anche altri ambiti che possono risultare significativi, come ad esempio quello amicale.
Il caso di Luca
Luca è seguito all’interno di un percorso di terapia familiare per i comportamenti di accentuato ritiro sociale che preoccupano i genitori. Com’è prassi nel nostro gruppo di lavoro, la terapia si articola in formati differenti (Agnetti, Barbato, Rangone, Vadilonga, 2004). Nel corso di una seduta in cui è presente solo Luca, il ragazzo rivolge alla terapeuta una richiesta. Il dialogo si svolge così:
Luca: “Vorrei chiederle una cosa. Potrei invitare la prossima volta qui in seduta Andrea, il mio miglior amico? Vorrei parlare di una cosa ma vorrei ci fosse anche lui… Era in classe con me”
Terapeuta: “Direi di sì. Se pensi che ti sia di aiuto perché no?” Luca: “Però non vorrei dirgli che lei è una psicologa...”
Terapeuta: “Questo mi sembra un po’ difficile… Cosa vorresti dirgli?” Luca: “Che lei è una persona di cui mi fido e con cui vengo a parlare..”
Terapeuta: “Ma no dai… intanto lo capirebbe subito chi sono io… Tu digli le cose come stanno, vedrai che andrà tutto bene!”
Luca: “Vabbè mi ha convinto, farò così!”
L’incontro diede una svolta al percorso. Luca, sostenuto da Andrea, riuscì a parlare dei suoi dubbi relativi al suo orientamento sessuale e di quanto era accaduto a scuola, quando a fronte delle avances di una compagna di classe si era ritirato e di come questo fatto avesse dato vita a prese in giro da parte degli altri compagni, creandogli maggiori ansie e incertezze.
Il caso di Luca ci permette di aggiungere una riflessione importante. Per capire la complessità ed esplorare i contesti significativi dei nostri pazienti è indispensabile curare la relazione, il che ci permette anche, ovviamente, di avere quella funzione di guida dalla quale non dobbiamo mai abdicare.
Altre volte il bene dei nostri pazienti ci richiede di essere creativi...
Il caso di Diego
A un anno dalla chiusura di una lunga terapia familiare la madre di Diego telefona alla terapeuta chiedendo un appuntamento urgente. Diego, adesso diciannovenne, adottato all’età di sette anni dopo un’infanzia trascorsa in situazione di grave trascuratezza e maltrattamenti, era giunto in terapia familiare su richiesta dei genitori a causa dei violenti litigi con la madre, che controreagiva ai molteplici comportamenti provocatori del figlio. La situazione si era stabilizzata quando la terapia aveva raggiunto l’obiettivo di far scendere in campo il padre, che fino a quel momento era stato marginale e che si era rivelato risorsa preziosa sia per la moglie sia per il figlio. Ma recentemente e improvvisamente il padre era venuto a mancare, Diego non si rassegnava a quello che viveva, anche in ragione della sua storia, come un abbandono, erano ripresi i litigi furiosi con la madre e, cosa che preoccupava molto quest’ultima, aveva deciso di licenziarsi dal posto di lavoro che aveva trovato e dove era da tutti stimato. L’indagine condotta dalla terapeuta per capire quali fossero le persone di cui Diego avrebbe potuto fidarsi conducono a identificare uno zio paterno e il miglior amico del padre. Nella seduta successiva, svolta con Diego, la terapeuta propone un incontro con queste due persone e con la madre per ragionare insieme sulla situazione. Diego è da subito entusiasta, propone di denominare il gruppo “comitato per Diego”, ma pone due condizioni: la terapeuta deve essere la presidente del comitato e il primo incontro deve svolgersi senza di lui. La prima condizione viene accettata, sulla seconda si arriva ad un compromesso. Diego parteciperà dopo che il comitato si sarà riunito e avrà riflettuto su cosa sarà meglio per il suo bene. Così avviene. Al termine del primo incontro la terapeuta sintetizza quanto discusso, esplicita che sia lo zio sia l’amico avrebbero piacere di incontrarlo con regolarità sulla base di un calendario da concordare e che tutti i membri del comitato concordano sull’opportunità che Diego mantenga il suo posto di lavoro. Il ragazzo accetta con gioia le conclusioni, la situazione si stabilizza. Dopo altri due incontri la terapeuta lascia la presidenza del comitato, che continuerà a riunirsi, rimanendo ovviamente disponibile in caso di necessità.
COME DIFFONDERE LA NOSTRA CULTURA SISTEMICA?
È importante capire come la nostra cultura sistemica possa essere maggiormente diffusa, come possiamo modificare le letture semplificate che quotidianamente ci vengono proposte di fenomeni che celano complessità che restano non solo inesplorate, ma non vengono neanche ipotizzate. Il rischio è che situazioni di estrema gravità vengano sottovalutate (gravi segreti familiari, violenze, abusi...) e che si diffonda un clima di ansia estremamente nocivo “ ma allora anche mio figlio può fare questo?”.
Se la lettura delle situazioni che stanno a monte di fatti anche molto gravi non si basa sul paradigma della complessità, il rischio è che ci si accontenti di soluzioni semplici che si rivelano del tutto inefficaci. Punizioni e minacce non solo non funzionano, ma possono anche stimolare ulteriori comportamenti provocatori che danno luogo a escalation difficilmente gestibili. Non dimentichiamo che la sfida è parte integrante della fase adolescenziale.
Un insegnante aveva deciso di svolgere le interrogazioni muovendosi tra i banchi e ponendo domande specifiche, cui gli allievi dovevano rispondere in modo conciso ed esauriente nei tempi da lui scanditi contando fino a cinque. Se la risposta non arrivava il risultato era un’insufficienza. Quando fu il turno di Davide, il ragazzo non aprì bocca, ma allo scadere del tempo stabilito pronunciò con lo stesso ritmo usato dall’insegnante i numeri dal sei al dieci. La classe esplose in un’ovazione che segnò il trionfo di Davide e portò, ovviamente, alla sua sospensione.
Ma cosa ci può aiutare a diffondere la nostra cultura sistemica? Sappiamo che accedere ad una determinata visione dei problemi e costruire modalità efficaci per affrontarli implica poterne trarre un vantaggio. Condividere, ragionare insieme, non sentirsi soli ad affrontare problemi che mettono comprensibilmente in ansia e creano disagio può essere motivante e può aiutare i nostri interlocutori a non cadere nella trappola delle soluzioni semplici, che vanno dai giudizi di valore (che chiudono immediatamente il dialogo con l’adolescente) alle punizioni (che stimolano la sfida). Sostenere gli adulti a non illudersi di poter controllare il mondo degli adolescenti e a utilizzare strategie efficaci per poter tenere aperto il dialogo (che è spesso l’unica modalità efficace) è un compito che chi afferisce al mondo sistemico può senz’altro espletare. Non dimentichiamo inoltre che gli adolescenti possono anche deliberatamente mettere alla prova l’adulto per sondare le sue capacità e per ottenere il controllo della situazione. Navigare in questo mare tempestoso non è di certo facile!
SENSIBILIZZARE, PREVENIRE E PROTEGGERE
L’esperienza clinica ci insegna che comportamenti gravi (suicidi, omicidi, stragi familiari, violenze) non nascono dal nulla ma hanno alle spalle situazioni altamente traumatiche non emerse o se emerse non riparate (Bertetti, Chistolini, Rangone, Vadilonga, 2004). Nostro compito è quello di sensibilizzare adulti e minorenni a non rimanere passivi di fronte a situazioni “tossiche”, che spesso vengono normalizzate (“sono stati solo due ceffoni”) e a chiedere aiuto. Il diffondersi della violenza come modo per affrontare le difficoltà che si possono creare nei vari contesti - come ad esempio gli episodi sempre più frequenti di genitori che aggrediscono gli insegnanti e che sono decisamente da condannare - non può portarci a cadere nella trappola della semplificazione. Ci capita sempre più spesso di sentir dire “quando andavo a scuola io se prendevo un brutto voto mio padre mi picchiava...” come esempio di comportamento utile. Trovare altre vie per affrontare i problemi può essere faticoso e necessita condivisione. Stimolare confronti di gruppo, creare situazioni dove le difficoltà e non solo le soluzioni possano essere condivise è una via non facile ma che dobbiamo impegnarci a co-costruire.
Sarà importante anche monitorare i nostri pregiudizi.
Qualche tempo fa fui invitata a tenere un incontro sul tema dell’adolescenza in una piccola cittadina. L’incontro era riservato ai genitori ed era organizzato congiuntamente dal consultorio e dal servizio sociale. Accettai volentieri e preparai una ricca presentazione, nella convinzione che sarebbe stato difficile realizzare una condivisione di esperienze tra i partecipanti, causa la ristrettezza del contesto. Qualcuno sarebbe stato in grado di aprirsi e condividere le proprie esperienze? E quanti avrebbero partecipato? Quell’esperienza fu davvero preziosa per me: la sala era colma, le persone si conoscevano tra loro, gli stimoli della presentazione furono raccolti e si creò una situazione di scambio ricco e profondo. Molti intervennero raccontando la situazione nella quale si trovavano, ci fu un confronto aperto e non giudicante. Alla fine dell’incontro le operatrici mi spiegarono che avevano realizzato uno spazio settimanale serale per i genitori che, suddivisi sulla base della fase della vita che attraversavano i loro figli, si incontravano, condividevano e si davano una mano in una dimensione di mutuo aiuto che solo periodicamente vedeva la presenza di un’operatrice. Incontrarsi al bar o al supermercato, lungi dall’inibire uno scambio autentico, si costituiva come un fattore di risorsa. Fu per me un’esperienza davvero interessante, che mi aiutò a non sottovalutare l’esistenza di pregiudizi, che possono scoraggiare e indurci a non osare.
Un altro aspetto importante riguarda la protezione. È sicuramente importante lavorare per sensibilizzare e sostenere chi vede ma non sa come muoversi, tenendo presente che queste tematiche così delicate richiedono, per essere gestite in modo utile, non solo formazioni istruttive ma soprattutto collaborazione e accoglienza. Succede con grande frequenza che gli operatori sappiano cosa sia giusto fare ma non riescano a procedere.
Anche in ambito professionale questo accade. Non è raro che vengano confidati fatti gravi nel corso della psicoterapia e che il professionista si limiti a discuterne in seduta senza prendere i necessari provvedimenti. Sicuramente i richiami al codice deontologico sono importanti ma ancora più importante è essere consapevoli del terreno dal quale nascono quelle normative. In altri termini: le situazioni di violenza/ bullismo devono essere interrotte, il minorenne deve essere protetto, ma non solo perché è nostro dovere farlo, ma anche (e soprattutto) perché è il presupposto indispensabile per poter promuovere il benessere del nostro paziente. È possibile che chi svolge una professione di aiuto (psicologi, assistenti sociali, educatori, medici) sia in difficoltà quando si tratta di tradurre in una prassi operativa quello che sa perfettamente da un punto di vista teorico. Occorre riconoscere che entrare in contatto con certe informazioni (esperienze traumatiche vissute dal nostro paziente nel passato o presenti nell’attualità) può tradursi in una traumatizzazione secondaria per l’operatore. Non agire può non essere il frutto di cattiva volontà, ma proprio l’effetto dell’essere entrato in contatto con esperienze devastanti che possono bloccare la nostra operatività. Poter usufruire di un gruppo di lavoro accogliente e supportivo, dove poter esplicitare le nostre fragilità, i nostri dubbi, i nostri timori, è assolutamente importante, ma anche potersi avvalere di una supervisione efficace e non istruttiva può fare la differenza (Rangone, 2020).
CONCLUSIONI
Ritengo indispensabile che i terapeuti si dotino di una visione ampia e complessa dei problemi con i quali si interfacciano quotidianamente e possano usufruire anche di contributi che, pur non nascendo dal mondo sistemico, si muovono da premesse con esso coerenti. La teoria dell’attaccamento e le teorie sul trauma ne sono un esempio significativo anche se non esaustivo. Ma non dobbiamo dimenticare che nessun intervento sarà efficace in assenza della relazione con i nostri pazienti e che spesso, come ho cercato di illustrare negli esempi clinici riportati, occorre dotarsi anche di creatività. Quello che io porto con me dalla mia formazione con Boscolo e Cecchin, oltre a tanti aspetti fondamentali sui quali continuo ad appoggiarmi nella mia attività clinica e formativa, è proprio la creatività, ovvero la capacità di mettere in discussione, implicitamente ma efficacemente, le premesse del paziente che contribuiscono a imprigionarlo nel sintomo. Un ultimo ma importante riferimento è quello relativo all’importanza di riconoscere anche le premesse che guidano noi terapeuti: se non riconosciute e gestite possono infatti invalidare i nostri interventi. L’approccio sistemico, che enfatizza lo scambio e il confronto, continua ad essere l’antidoto più efficace rispetto a questo rischio.
BIBLIOGRAFIA
- Agnetti, G., Barbato, A., Rangone, G., Vadilonga, F. (2014). “Verso un modello di terapia sistemica integrato con la teoria dell’attaccamento “. Terapia familiare, 106: 41-71.
- Bertetti, B., Chistolini, M., Rangone, G., Vadilonga, F. (2004). L'adolescenza ferita. Un modello di presa in carico delle gravi crisi adolescenziali. Milano: Franco Angeli.
- Cuccì, G., O'Leary, K.D., Olivari, M.G., Bonanomi, A., Confalonieri, E. (2019). “Adolescent dating violence perpetration, emotion dysregulation, and parenting styles”. Journal of family psychology, 33(1):12-22.
- Corn, E., Malgesini, L., Pezzotta, I. (2024). Era una brava persona. Sguardi sulla violenza maschile contro le donne. Trento: Il margine - Erickson.
- Rangone, G. (2020). “Supervisionare i Servizi Tutela Minori. Spunti per un intervento efficace”. Lavoro sociale, Supplemento online al vol. 20, n. 6, dicembre 2020: 77-89.
- Rangone, G. (2024). “Tu pensi che io sia cattivo... Lavorare con gli adolescenti ribelli e con le loro famiglie”. Quaderni SIRTS, 5: 27-35.
- O’Keefe, M. (2005). “Teen dating violence: A review of risk factors and prevention efforts”. National Electronic Network on violence against women, 1: 1-5.
- Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio.
[1] Psicologa e psicoterapeuta, co-direttrice della Scuola di Psicoterapia IRIS - Insegnamento e Ricerca Individuo e Sistemi - Milano. Si occupa da molti anni di formazione e supervisione ed è autrice di pubblicazioni sui temi di competenza.
[2] citazione liberamente tratta dal web

