La Psicoterapia come pratica sociale: Un approccio multiprocessuale alla Terapia

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La psicoterapia come pratica sociale: un approccio multiprocessuale alla terapia

(psychotherapy as a social practice: a multiprocess perspective on therapeutic practice)

Francesca Balestra[1] e Laura Fruggeri[2]
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SOMMARIO

L’articolo approfondisce il tema della psicoterapia intesa come pratica sociale, mettendo al centro le componenti socio-economiche, politiche e culturali che influenzano il benessere e il disagio psicologico. Attraverso una prospettiva multiprocessuale, viene discusso come i processi personali, interpersonali e macrosociali siano interdipendenti e come la pratica terapeutica richieda una sensibilità socio-culturale capace di riconoscere le responsabilità contestuali alla base della sofferenza dei clienti. A partire da una rassegna teorica e dall’analisi di una situazione clinica, l’articolo esplora inoltre il ruolo del terapeuta come attore sociale e il peso delle rappresentazioni implicite nel setting terapeutico, mostrando come questi elementi orientino il lavoro clinico, gli snodi del processo terapeutico e le possibilità di cambiamento. Vengono infine discusse le implicazioni di tale prospettiva, evidenziando come una mancata tematizzazione delle dimensioni sociali e politiche del disagio possa produrre letture riduttive dell’esperienza e come il terapeuta, assumendo una prospettiva multiprocessuale, possa orientare il lavoro clinico verso forme di consapevolezza critica e di partecipazione a processi di cambiamento sociale.

Parole Chiave:
Multiprocessualità, Dimensione sociale della psicoterapia, Approcci di terzo ordine, Posizionamento del terapeuta, Pratica clinica sistemica

 

ABSTRACT

This article examines psychotherapy as a social practice, emphasising the socio-economic, political and cultural factors that influence psychological well-being and distress. Adopting a multiprocess perspective, the article discusses the interdependence of personal, interpersonal, and macrosocial processes. It also highlights the need for socio-cultural sensitivity in therapeutic practice to recognise the contextual responsibilities underlying clients’ suffering. Drawing on a theoretical review and analysis of a clinical case, the article also explores the therapist's role as a social actor, as well as the influence of implicit representations within the therapeutic setting. It demonstrates how these elements shape clinical work, key moments in the therapeutic process and possibilities for change. Finally, the article discusses the implications of this perspective, emphasising that an absence of explicit consideration of the social and political dimensions of distress can lead to reductive interpretations of experience. It also highlights how therapists can adopt a multiprocess perspective to orient clinical work towards critical awareness and participation in broader processes of social change.

Keywords:
Multiprocessuality, Social dimension of psychotherapy, Third-order approaches, Therapist positioning, Systemic clinical practice

 

LE DIMENSIONI SOCIALI DEL DISAGIO PSICOLOGICO E DELLA PRATICA PSICOTERAPEUTICA

Gli individui e i sistemi relazionali crescono all’interno di una rete complessa di processi che connettono le caratteristiche personali alle dinamiche interpersonali e, al tempo stesso, alle strutture socio-economiche, politiche, culturali e istituzionali. Le esperienze soggettive, le modalità relazionali e le traiettorie di sviluppo delle famiglie e degli individui prendono forma all’interno di contesti sociali storicamente situati che offrono opportunità, pongono vincoli e attribuiscono significati alle esperienze vissute. Le caratteristiche personali – come le emozioni, le credenze su di sé, le aspettative relazionali e i comportamenti – emergono e si consolidano attraverso interazioni ripetute con i sistemi di appartenenza. Tali interazioni sono però sempre mediate da condizioni materiali e simboliche più ampie: la posizione socioeconomica, l’accesso alle risorse, le norme culturali, le politiche sociali, i dispositivi istituzionali e le relazioni di potere che attraversano la vita quotidiana. Le dinamiche interpersonali, a loro volta, rappresentano uno spazio in cui i processi macrosociali vengono tradotti, riprodotti o talvolta messi in discussione. Le disuguaglianze economiche, le aspettative di genere, le gerarchie razziali o culturali e le ideologie dominanti trovano espressione concreta nelle pratiche relazionali quotidiane, influenzando la distribuzione di ruoli, responsabilità, riconoscimento e possibilità di azione all’interno delle famiglie, delle coppie e dei contesti sociali . Questa interconnessione trova riscontro anche nella ricerca scientifica, che negli ultimi decenni ha documentato in modo sempre più solido come il benessere e il disagio psicologico personale e interpersonale possano avere le loro radici in condizioni macrosociali. Uno dei risultati più consolidati in letteratura riguarda ad esempio l’impatto negativo delle difficoltà economiche sulle reazioni emotive degli individui, sulla qualità delle relazioni familiari e sul benessere psicologico complessivo (Minuchin, Colapinto e Minuchin, 2000; Conger, Conger e Martin, 2010). Nei contesti di povertà, le pressioni finanziarie quotidiane generano uno stato di tensione costante nei genitori, legato all’incertezza rispetto alla possibilità di far fronte ai bisogni fondamentali della famiglia. Tale tensione si traduce spesso in distress emotivo, conflittualità di coppia, insoddisfazione relazionale e distanza emotiva, con ricadute significative sulla qualità delle relazioni genitori-figli e sul benessere dei bambini (Cui, Donnellan e Conger, 2007). Alcuni autori hanno inoltre evidenziato come le difficoltà economiche possano innescare reazioni depressive nei genitori, riducendo il senso di autoefficacia e generando vissuti di inutilità e fallimento personale (Nievar e Luster, 2006). In tali condizioni, il disagio psicologico tende a essere letto come problema individuale, mentre le sue radici strutturali restano invisibili, con il rischio di rinforzare processi di auto-colpevolizzazione e di occultamento delle responsabilità sociali. Condizioni di vita caratterizzate da isolamento, povertà, marginalizzazione, precarietà abitativa e impossibilità di rispondere adeguatamente ai bisogni dei figli, tuttavia, non sono naturali né inevitabili, ma il prodotto di processi sociali e politici che generano disuguaglianze strutturali (McCarthy, 2001). Il disagio psicologico può inoltre affondare le sue radici nel razzismo e nelle diverse forme di discriminazione, che si manifestano attraverso esclusione sociale, discriminazioni lavorative, stigmatizzazione, minacce fisiche, molestie e violenza. Numerosi studi hanno documentato gli effetti profondamente negativi del razzismo sulla salute psicologica e fisica, anche quando le persone non attribuiscono consapevolmente il maltrattamento subito a pratiche discriminatorie (Brondolo et al., 2008; Williams e Mohammed, 2009). Condizioni estreme, come quelle vissute in contesti di guerra, persecuzione o violazioni sistematiche dei diritti umani, producono forme di sofferenza che possono essere comprese solo all’interno di una trama complessa di esperienze politiche, culturali, relazionali e psicologiche. In questi casi, il significato del disagio non può essere ridotto a una dimensione intrapsichica, ma richiede di essere riconosciuto e validato nel suo legame con processi di de-umanizzazione, de-culturazione e violenza strutturale (Sironi, 2007). Un ulteriore livello riguarda le assunzioni culturali che regolano la vita quotidiana delle comunità. Con il termine cultura si fa riferimento all’insieme di credenze, valori e norme che validano e mantengono l’ordine sociale. Queste assunzioni – spesso implicite, date per scontate e vissute come “verità naturali” – organizzano le pratiche individuali e collettive e contribuiscono a costruire identità personali e sociali. Patriarcato, razzismo, classismo, neoliberismo e ideologie meritocratiche rappresentano esempi di strutture simboliche che, pur essendo storicamente e politicamente costruite, vengono interiorizzate sia da chi esercita il potere sia da chi ne subisce gli effetti. Proprio per questa loro natura invisibile e condivisa, esse possono avere un impatto particolarmente dannoso sul benessere psicologico delle persone che vivono in posizioni di marginalità (Fruggeri, Balestra e Venturelli, 2020).

In questa prospettiva, il disagio psicologico non può essere ricondotto esclusivamente a vulnerabilità individuali o a dinamiche relazionali disfunzionali, ma deve essere inteso come il prodotto di un’interazione complessa e circolare tra livelli diversi di processo. Già nel 1990 Marianne Walters scriveva “Se continuiamo a concepire i sintomi primariamente per la loro funzione nel sistema familiare, non saremo mai in grado di capire come l'esperienza dell'immigrazione, l'impatto della povertà, l'effetto del convivere in condizioni di sovraffollamento, le situazioni punitive scolastiche, la discriminazione razziale, lo stereotipo sessuale o di genere siano determinanti nelle transazioni interpersonali o familiari disfunzionali"  (1990, p.26). La ricerca le ha dato ragione.

Riconoscere l’interdipendenza tra processi personali, interpersonali e macrosociali non riguarda soltanto il modo in cui viene concettualizzato il disagio dei clienti, ma chiama in causa direttamente anche il ruolo e il posizionamento dello psicoterapeuta. Il terapeuta, infatti, non è un osservatore esterno o neutrale rispetto ai contesti sociali che contribuiscono a generare benessere o sofferenza, ma è egli stesso un attore sociale, inserito nei medesimi sistemi simbolici, culturali e di potere che attraversano l’esperienza delle persone che incontra in terapia (Walters, 1990; McDowell et al., 2019). Come ogni altro attore sociale, anche lo psicoterapeuta condivide con la comunità di appartenenza rappresentazioni sociali, pregiudizi, stereotipi, teorie implicite e sistemi di credenze che costituiscono una forma di conoscenza di senso comune. Tale conoscenza, proprio perché data per scontata, tende a operare in modo invisibile, orientando le modalità attraverso cui vengono interpretati i problemi, attribuite responsabilità e costruite ipotesi cliniche. Il senso comune non si limita a riflettere l’ordine sociale, ma contribuisce attivamente a sostenerlo e a riprodurlo, rendendo particolarmente difficile mettere in discussione lo status quo. Poiché il senso comune si fonda su una verità dominante, esso rischia di rendere invisibili altre possibili letture dell’esperienza, limitando lo spazio per narrazioni alternative del disagio e del benessere. Anche il terapeuta, se non impegnato in un lavoro riflessivo, può utilizzare queste categorie interpretative nella pratica clinica senza riconoscerne il carattere normativo e politico.

In questo quadro, la riflessività del terapeuta assume un ruolo centrale. Riflettere sul proprio posizionamento sociale implica interrogare criticamente le teorie implicite, le premesse socio-culturali e le rappresentazioni che orientano il proprio sguardo clinico (Roysircar, 2004). Tale riflessività riguarda anche il linguaggio utilizzato nel contesto terapeutico, poiché pregiudizi, stereotipi e disuguaglianze vengono costruiti e mantenuti attraverso pratiche discorsive quotidiane, verbali e non verbali. Discorsi relativi al genere, all’etnia o alla sessualità possono essere costruiti nella conversazione terapeutica senza una consapevolezza esplicita, rendendo invisibili le relazioni di potere connesse alle differenze sociali e sottraendole alla possibilità di essere affrontate nel dialogo clinico (Janusz, Józefik, & Peräkylä, 2018). Assumere il terapeuta come attore sociale significa quindi riconoscere che la costruzione del senso del disagio avviene sempre all’interno di una relazione asimmetrica, attraversata da posizioni di potere differenziate. Il terapeuta partecipa attivamente alla costruzione delle ipotesi e dei significati e non può sottrarsi alla responsabilità di interrogare i bias connessi alla propria collocazione sociale. Il posizionamento del terapeuta può, talvolta, silenziare le voci di persone appartenenti a gruppi minoritari o a contesti di oppressione, rendendo meno dicibili le dimensioni sociali della sofferenza. Quando guidati da modelli teorici che ignorano le differenze prodotte dalle relazioni sociali, i terapeuti rischiano di contribuire, in modo involontario, alla ricostruzione delle stesse disuguaglianze che generano il disagio (James & McIntyre, 1983). In questo senso concetti come quello di social graces (Burnham, 2012) consentono di mettere a fuoco come dimensioni quali genere, classe sociale, etnia, orientamento sessuale, età e status professionale contribuiscano a strutturare l’incontro terapeutico e le possibilità di riconoscimento reciproco, operando anche in modo intersezionale, ovvero producendo posizioni sociali complesse che intrecciano simultaneamente privilegi e vulnerabilità (Crenshaw, 1989). Collocare il terapeuta come attore sociale all’interno di una prospettiva multiprocessuale consente dunque di ampliare il campo della responsabilità clinica, includendo non solo l’attenzione ai processi intrapsichici e relazionali, ma anche alla dimensione politica e culturale della pratica terapeutica. Significa riconoscere che la pratica clinica partecipa inevitabilmente alla riproduzione o alla trasformazione dell’ordine sociale. Ogni intervento contribuisce a legittimare determinate letture del disagio e a delegittimarne altre; può rafforzare narrazioni di responsabilità individuale oppure aprire spazi di riconoscimento delle responsabilità collettive e istituzionali (Afuape, 2016). Anche l’assenza di una tematizzazione esplicita delle dimensioni sociali costituisce una presa di posizione implicita. Tale consapevolezza non trasforma la terapia in un intervento ideologico, ma ne rafforza il rigore etico ed epistemologico, rendendo possibile un lavoro clinico più attento alle condizioni che organizzano l’esperienza dei clienti e alle dinamiche di potere che attraversano la relazione terapeutica stessa.

  

PSICOTERAPIA E PROCESSI SOCIALI: CONVERGENZE TEORICHE E SVILUPPI CLINICI

Le evidenze empiriche e le riflessioni teoriche sopra richiamate hanno progressivamente sollecitato una revisione dei modelli sistemici tradizionali, storicamente centrati prevalentemente sulla dimensione interpersonale. Negli ultimi anni, diversi autori e approcci hanno messo in discussione le letture che isolano i processi relazionali dal contesto più ampio, cercando di integrare in modo esplicito l’influenza dei processi istituzionali, culturali, socioeconomici e politici sul benessere e sul disagio psicologico (Walters, 1990; McDowell, Knudson‐Martin, & Bermudez, 2019).

In questo quadro si collocano diversi orientamenti che, pur con accenti teorici differenti, condividono l’obiettivo di rendere visibili le strutture sociali e culturali che attraversano l’esperienza quotidiana delle persone. La Third Order Family Therapy, ad esempio, esplora l’impatto dei sistemi sociali, delle dinamiche di potere e dei processi collettivi di costruzione del significato sui processi personali e relazionali, proponendo un lavoro clinico orientato all’equità sociale e relazionale e attento alle condizioni materiali di vita dei clienti (McDowell et al., 2019; Knudson‐Martin, McDowell, & Bermudez, 2019). Analogamente, le pratiche psicoterapeutiche decolonizzanti mirano a riconoscere e smantellare le eredità del colonialismo come strutture storiche e contemporanee di oppressione, sfruttamento e marginalizzazione, valorizzando al contempo le strategie di resistenza sviluppate dalle persone in contesti segnati da relazioni di potere asimmetriche (Chin et al., 2022).

La psicologia della liberazione e la terapia femminista condividono l’assunto secondo cui la sofferenza individuale non può essere separata dalle condizioni di oppressione sociale in cui essa prende forma. Entrambe concepiscono la terapia come uno spazio di consapevolezza critica e di possibile trasformazione, in cui vengono resi espliciti i legami tra vissuti personali, relazioni significative e sistemi di potere quali capitalismo, patriarcato, razzismo e disuguaglianze di genere (Martín-Baró, 1996; Brown, 2008; Miller, 2012). In modo affine, il modello di Psicologia Clinica Geopolitica sottolinea come ambienti politici, identità nazionali, conflitti armati, migrazioni forzate, violenza collettiva e disuguaglianze sistemiche influenzino profondamente sia gli stati psicologici individuali sia quelli collettivi (Sironi, 2007).

Nonostante le differenze teoriche e metodologiche, questi approcci convergono nel sottolineare la necessità di una competenza terapeutica improntata alla multiprocessualità, fondata su una sensibilità socio-culturale che integri conoscenze provenienti da discipline diverse – quali sociologia, filosofia, economia, scienze politiche e antropologia – e che consenta di riconoscere l’interdipendenza tra processi personali, interpersonali e macrosociali (Roysircar, 2004; McDowell et al., 2019).

Va precisato che la relazione tra i processi personali, interpersonali e sociali non è gerarchica, né isomorfica, né deterministica; cioè non è lineare. Si tratta di processi distinti ma interdipendenti. L'idea non è che il sistema sociale influenzi quello interpersonale, che a sua volta influenza quello personale, né che ogni livello rispecchi quello superiore. Questi tre livelli di processi sono diversi ma interdipendenti: le esperienze delle persone emergono all'interno delle dinamiche interpersonali, che sono plasmate dalle differenze individuali. Le radici di queste differenze possono essere ricondotte a processi macrosociali più ampi. A loro volta, questi processi macrosociali sono mantenuti - o trasformati - attraverso le interazioni interpersonali quotidiane che sostengono o modificano le posizioni individuali. Questo ciclo continuo può rafforzare l'ordine sociale esistente o generare un cambiamento trasformativo.

In questa prospettiva, la psicoterapia opera principalmente a livello interpersonale, ma con la consapevolezza e l’intenzione di partecipare a processi di cambiamento che possono coinvolgere anche il livello sociale più ampio. Pur non potendo modificare direttamente le condizioni strutturali, l’intervento terapeutico può favorire processi di consapevolezza che i clienti possono poi agire nei propri contesti di vita, rendendo la pratica clinica un atto implicitamente politico (Afuape, 2016). È per queste affinità, pur nella pluralità degli approcci, che risulta utile riferirsi a tali prospettive come a una metodologia psicoterapeutica multiprocessuale, capace di affrontare l’intreccio tra dimensioni sociali, relazionali e personali nella comprensione del benessere e della sofferenza (Fruggeri, Balestra, & Venturelli, 2020).

 

IMPLICAZIONI TERAPEUTICHE

Le evidenze di ricerca e le riflessioni teoriche discusse nei paragrafi precedenti non riguardano soltanto la comprensione del disagio, ma chiamano in causa il modo in cui i terapeuti costruiscono il senso della sofferenza insieme ai clienti e attuano gli interventi di aiuto (Walters, 1990; McDowell et al., 2019). Quando la sofferenza delle persone è strettamente intrecciata a condizioni sociali, economiche e politiche, il lavoro clinico richiede di tenere simultaneamente in considerazione i processi personali, le dinamiche relazionali e le responsabilità strutturali che contribuiscono alla produzione del malessere. Tale posizione terapeutica non implica soltanto un diverso modo di concettualizzare il disagio psicologico, ma orienta in modo sostanziale le ipotesi formulate, le scelte terapeutiche, il tipo di domande poste e le direzioni dell’intervento.

In queste circostanze, un primo compito terapeutico consiste nell’accompagnare i clienti a riconoscere che l’origine del proprio disagio non risiede esclusivamente in caratteristiche individuali o in presunte fragilità personali, ma si colloca all’interno di processi più ampi che hanno progressivamente limitato le loro possibilità di azione, di riconoscimento e di legittimazione. La ricostruzione condivisa del processo che ha generato la sofferenza consente di rendere visibili tali responsabilità contestuali, riducendo i vissuti di auto-colpevolizzazione e aprendo lo spazio per nuove letture dell’esperienza (Jones, 1994; McCarthy, 2001).

Un secondo obiettivo dell’intervento terapeutico riguarda la valorizzazione delle competenze e delle risorse che le persone hanno sviluppato nel fronteggiare condizioni avverse. Anche in situazioni di forte vulnerabilità sociale, la sofferenza è accompagnata da strategie di adattamento, resistenza e sopravvivenza che spesso restano invisibili sia ai clienti sia ai contesti di appartenenza. Il dialogo terapeutico può promuovere il riconoscimento di tali strategie, sostenendo processi di resilienza e di riappropriazione del senso di efficacia personale e relazionale.

Un ulteriore elemento riguarda l’identificazione del contesto collettivo entro cui i clienti possono collocare la propria esperienza e la propria possibilità di azione. Aiutare le persone a riconoscersi come soggetti legittimi all’interno di cornici sociali più ampie – gruppi, reti, comunità, movimenti, istituzioni – può favorire il passaggio da una lettura privata del disagio a una comprensione socialmente situata, aprendo la possibilità a forme di azione che non si limitano al cambiamento individuale o relazionale, ma che possono estendersi anche al piano sociale (Martín-Baró, 1996).

Questo tipo di lavoro clinico può includere conversazioni esplicite sulle dimensioni sociali e politiche della sofferenza, nonché la condivisione di informazioni, riflessioni e analisi che aiutino i clienti a comprendere meglio i contesti in cui sono inseriti. L’obiettivo non è quello di trasformare la terapia in uno spazio di intervento sociale diretto, ma di sostenere processi di consapevolezza che i clienti possono poi tradurre in azioni significative nei propri contesti di vita.

In tal senso, le competenze terapeutiche si arricchiscono di una sensibilità socio-culturale che diventa una componente essenziale della pratica clinica, e che richiede ai terapeuti di integrare le loro conoscenze psicoterapeutiche con una conoscenza dei contesti politici, storici, economici e giuridici – locali e internazionali – che possono costituire la matrice della sofferenza dei clienti (Roysircar, 2004; Sironi, 2007). Accompagnare le persone nella ricostruzione dei processi che hanno generato il disagio e nell’identificazione dei contesti collettivi di riferimento non rappresenta un’aggiunta accessoria al lavoro clinico, ma una parte integrante di un intervento terapeutico orientato al cambiamento multiprocessuale (Fruggeri, Balestra, & Venturelli, 2020).

Il caso che segue offre un esempio[3] di come tali considerazioni possano essere tradotte nella pratica terapeutica quotidiana.

 

 

Multiprocessualità e posizionamento della terapeuta: un caso clinico

Andrea e Elena, entrambi sui quarant’anni, si rivolgono a una psicoterapeuta a causa di conflitti di coppia sempre più frequenti e intensi. Andrea descrive la partner come facilmente irritabile e incline a scoppi di rabbia che lui fatica a comprendere; Elena conferma di sentirsi spesso travolta da emozioni sproporzionate, di cui successivamente si pente. La richiesta di aiuto segue un litigio particolarmente acceso, durante il quale Elena arriva a mettere in discussione la relazione.

La storia della coppia si sviluppa successivamente al percorso migratorio di Elena. Donna originaria dell’Europa dell’Est, è madre di due figli avuti in giovane età da una precedente relazione. Dopo essere stata abbandonata dal marito ed essere precipitata in una condizione di grave precarietà economica nel suo paese di origine, Elena si è vista costretta a emigrare in Italia per cercare un lavoro quando i bambini erano molto piccoli, lasciandoli nel paese d’origine con la nonna materna. Il progetto migratorio era inizialmente pensato come temporaneo e orientato a una successiva riunificazione familiare; tuttavia, le condizioni di irregolarità lavorativa e giuridica hanno prolungato nel tempo la separazione, trasformando quella che doveva essere una distanza transitoria in una lunga esperienza di maternità a distanza.

Nel racconto di Andrea emerge un forte investimento affettivo nella relazione e un sincero desiderio di costruire una famiglia insieme, ma anche una difficoltà a comprendere l’esperienza della partner. I conflitti più accesi riguardano infatti l’educazione dei figli di Elena: Andrea valuta il comportamento della compagna con i ragazzi come eccessivamente permissivo e sostiene che, essendo ormai giovani adulti, i figli dovrebbero essere incoraggiati all’autonomia. Elena, al contrario, fatica a dire dei no ai figli e vive come dolorosa ogni ulteriore distanza da loro, soprattutto considerando che ha perso gran parte della loro crescita quotidiana a causa della migrazione. Per lei, la separazione forzata ha comportato un rovesciamento della sequenza familiare generalmente data per scontata nel contesto culturale italiano, in cui i figli crescono inizialmente in una relazione di vicinanza e dipendenza dai genitori per poi conquistare progressivamente autonomia. Nel suo caso, le circostanze hanno imposto una forte autonomia dei figli quando erano piccoli, cui ha fatto seguito il desiderio di una maggiore vicinanza negli anni successivi. Questa esperienza fatica, tuttavia, a trovare parole condivisibili all’interno della coppia, al punto che le differenze vengono vissute da Andrea non solo come un disaccordo educativo, ma anche come una forma di esclusione dal ruolo genitoriale, che lo porta a insistere nel proporre soluzioni e a sentirsi rifiutato proprio nel momento in cui cerca di essere coinvolto.

Nel dialogo terapeutico diventa progressivamente evidente come le posizioni dei partner siano orientate da assunzioni culturalmente situate. Andrea propone soluzioni coerenti con il modello di una famiglia ricomposta tipica del contesto italiano, dando per scontata una evoluzione di presenza genitoriale che non appartiene alla storia di Elena. Quest’ultima, a sua volta, fatica a nominare la specificità della propria esperienza di maternità a distanza, avendo interiorizzato l’idea, largamente condivisa nel contesto di arrivo, che una “buona madre” debba necessariamente essere presente fisicamente nella vita quotidiana dei figli.

Dopo alcune sedute, la terapeuta si rende conto che il conflitto portato da questa coppia non può essere compreso né affrontato esclusivamente sul piano interpersonale, ma è attraversato da livelli più ampi – culturali, sociali e simbolici – che orientano i significati attribuiti alla genitorialità e alla famiglia e i comportamenti ritenuti appropriati. Questa consapevolezza la porta ad interrogare anche il proprio posizionamento all’interno di tale trama. Donna italiana, madre di due bambini piccoli, con un’esperienza di maternità costruita lungo una traiettoria di cura e vicinanza considerate normative nel contesto culturale di riferimento, condivide con Andrea non solo l’appartenenza nazionale, ma anche un insieme di rappresentazioni implicite sulla famiglia e sulla genitorialità. In un contesto, come quello italiano, caratterizzato da aspettative assimilazioniste nei confronti delle famiglie migranti (Bouhris et al., 1997; Sabatier & Berry, 1994), il rischio è quello di utilizzare tali punti di contatto come base implicita di lettura della loro situazione, con una conseguente normalizzazione del modello familiare dominante che potrebbe mettere in ombra le specificità dell’esperienza di Elena. La terapeuta osserva inoltre che il tentativo di comprendere le diverse posizioni in una conversazione di coppia, dove entrambi i partner trovano uno spazio di espressione e di ascolto, rischia di irrigidirle ulteriormente, lasciando Elena sempre più sola con emozioni difficili da nominare e Andrea sempre più frustrato nel suo desiderio di essere riconosciuto come parte della famiglia. Rendendo progressivamente esplicito, anche nella conversazione con Andrea, il possibile legame tra la sofferenza emotiva di Elena, il processo migratorio e la costruzione della sua identità materna, la terapeuta propone uno spazio individuale per Elena, inteso non come alternativa alla terapia di coppia, ma come parte integrante del processo terapeutico.

Alla luce di queste osservazioni e in prospettiva degli incontri individuali con Elena, la terapeuta decide di operare uno spostamento intenzionale nel proprio intervento: non lavorare sulle somiglianze per confermarle, ma utilizzarle come occasione per interrogarle criticamente e aprire uno spazio di ascolto delle differenze. Essa inizia quindi con il riconoscere, attraverso un processo autoriflessivo, come la propria esperienza di maternità, costruita all’interno di una traiettoria di cura continua e di vicinanza quotidiana, possa facilmente fungere da sfondo implicito condiviso con Andrea, rafforzando una lettura normativa della genitorialità. Assumendo consapevolmente tale esperienza come parametro di riferimento, decide di utilizzarla nel colloquio con Elena come punto di partenza per renderne visibili ed espliciti i presupposti culturali e per dare parola a ciò che, nell’esperienza di Elena, non trova facilmente riconoscimento: una maternità segnata dalla distanza, dalla delega forzata e da forme di cura non immediatamente leggibili all’interno della concezione dominante.

Questo spazio consente a Elena di ricostruire la propria storia, dare parola al senso di colpa, alla paura di perdere il legame con i figli e al dolore per le separazioni forzate. Le permette al contempo, però, anche di riconoscere le competenze e le forme di cura esercitate nel tempo in condizioni non tradizionali. Attraverso questo lavoro, la maternità di Elena può essere sottratta a una lettura deficitaria e ricollocata all’interno di una traiettoria segnata da vincoli strutturali, ma anche da scelte responsabili e da pratiche di cura esercitate a distanza. Può emergere il suo essere stata “buona madre” in un modo differente. La possibilità di nominare e legittimare tale specificità consente di rendere visibili differenze che, se appiattite su un modello normativo condiviso dalla terapeuta e dal partner, sarebbero rimaste implicite e potenzialmente svalutanti.

La successiva condivisione di questi vissuti nel contesto della coppia permette ad Andrea di comprendere l’origine della rabbia della partner e di riconsiderare il proprio ruolo, non più come portatore di una competenza educativa migliore, ma come alleato in una storia familiare attraversata da esperienze migratorie e da modelli genitoriali non sovrapponibili. In questo modo la convinzione inizialmente condivisa di essere “una famiglia come le altre” ha potuto lasciare progressivamente spazio al riconoscimento della specificità della loro esperienza, rendendo possibile integrare le differenze nella costruzione di un progetto comune.

 

Il caso clinico presentato è esemplificativo di come una modalità di lavoro clinico orientata alla multiprocessualità consenta di comprendere e intervenire sul disagio psicologico andando oltre una lettura esclusivamente individuale o interpersonale. Il conflitto di coppia portato da Elena e Andrea, inizialmente formulato come problema relazionale e come difficoltà nella gestione delle emozioni, si rivela progressivamente intrecciato a condizioni sociali e culturali che hanno limitato, nel tempo, le possibilità di riconoscimento, di legittimazione e di azione della cliente. Il processo migratorio, le norme culturali sulla maternità e le aspettative implicite sul come “è fatta” e “come ci si comporta” in una buona famiglia costituiscono lo sfondo entro cui le esperienze soggettive e le dinamiche di coppia hanno preso forma.

Dal punto di vista metodologico, il lavoro terapeutico si caratterizza come un processo che aiuta i clienti a riposizionarsi nell’intreccio tra elementi individuali, interpersonali e sociali ritrovando nei nuovi significati dell’interdipendenza di essi un posizionamento che riconosce le specificità e le risorse di ognuno nel contesto sociale in cui la loro storia relazionale si sviluppa. 

Il terapeuta non spiega ai clienti come il contesto sociale influisca sul loro disagio, ma li invita a una conversazione che esplora tale connessione, rendendo pensabile ciò che fino a quel momento era rimasto implicito (Balestra, Fruggeri e Venturelli, 2025). Questo movimento consente di rendere visibili responsabilità contestuali e strutturali che, se lasciate implicite, rischiano di tradursi in vissuti di colpa, in auto-svalutazione o in conflitti relazionali apparentemente irrisolvibili. La sofferenza di Elena non viene negata né minimizzata, ma ricollocata all’interno di una trama di vincoli socio-culturali e simbolici che ne restituisce intelligibilità e dignità. La conversazione apre infatti anche la possibilità di riconoscere le competenze e le forme di resistenza sviluppate dalla cliente nel fronteggiare condizioni avverse. In questo caso la maternità a distanza, inizialmente vissuta e letta come mancanza o fallimento, può essere riformulata come una pratica di cura esercitata in condizioni non tradizionali, segnata da rinunce, responsabilità e scelte complesse (Balestra, 2018), ma anche da risorse e strategie di adattamento che si sono rivelate essenziali per la sopravvivenza e il benessere dei figli. La terapia diventa così uno spazio in cui è possibile pensare il legame tra storia personale e condizioni sociali, sostenendo processi di consapevolezza che possono tradursi in nuove modalità di stare in relazione e di abitare i propri contesti di vita.

Il caso mostra inoltre come il lavoro clinico non possa prescindere da una riflessione sul posizionamento del terapeuta e sulle rappresentazioni implicite che attraversano la conversazione e il setting terapeutico. La relazione terapeutica non si svolge infatti in uno spazio neutro, ma è inscritta in un contesto sociale e culturale all’interno del quale terapeuta e clienti occupano posizioni differenti e portano con sé premesse, esperienze e cornici di senso che orientano il modo in cui il disagio viene compreso e nominato. La riflessività sul proprio posizionamento consente al terapeuta di riconoscere come le proprie esperienze e rappresentazioni possano entrare nel processo terapeutico non solo come risorse, ma anche come potenziali punti ciechi. La possibilità di “vedere” tali premesse e di essere consapevole delle diverse identità che, come terapeuti, portiamo nell’incontro con l’altro diventa il punto di partenza per interrogare criticamente ciò che viene dato per scontato. È proprio attraverso questo movimento che diventa possibile aprire uno spazio di ascolto delle differenze e accedere a dimensioni dell’esperienza che, se appiattite su un quadro normativo condiviso, resterebbero invisibili o svalutate. In questo senso, la riflessione sul proprio ruolo e sulle proprie appartenenze non ha solo una valenza etica, ma anche clinica ed epistemologica, poiché orienta le domande poste, le ipotesi formulate e le possibilità di trasformazione che il setting terapeutico rende disponibili.

  

CONCLUSIONI

Le riflessioni teoriche e cliniche proposte mettono in evidenza come il disagio psicologico non possa essere compreso adeguatamente senza considerare la collocazione sociale delle persone e i contesti storici, culturali, economici e politici entro cui le loro esperienze prendono forma. Il lavoro clinico orientato alla multiprocessualità richiede un cambiamento di sguardo su ciò che viene considerato rilevante nel processo terapeutico: non significa ampliare indefinitamente il campo dell’intervento, ma assumere la responsabilità di non ridurre la sofferenza a ciò che è più facilmente trattabile sul piano intrapsichico o interpersonale. Il cambiamento può così emergere quando il terapeuta riesce a individuare, caso per caso, il punto di connessione tra i diversi livelli di processo e a intervenire su tale snodo. In questi passaggi, il lavoro clinico non produce semplicemente una riorganizzazione del significato personale o relazionale, ma attiva una consapevolezza che modifica il modo in cui le persone si collocano nei propri contesti di vita, nei rapporti di potere che li attraversano e nelle possibilità di azione che riconoscono come legittime. Da questa prospettiva, la psicoterapia può essere intesa come una pratica sociale che, pur operando nello spazio dell’incontro interpersonale, partecipa a processi di trasformazione più ampi. Non perché il terapeuta assuma il ruolo di agente di cambiamento sociale diretto, ma perché il dialogo clinico contribuisce a rendere visibili le condizioni che organizzano l’esperienza, a distinguere responsabilità individuali e strutturali e a restituire alle persone una posizione soggettiva meno vincolata da narrazioni di deficit e colpa. In tale senso, la psicoterapia può essere considerata un atto politicamente rilevante e implica per il terapeuta una responsabilità epistemologica ed etica: interrogare continuamente ciò che viene reso visibile e ciò che resta implicito nel lavoro clinico, riconoscendo che anche l’assenza di una tematizzazione delle dimensioni sociali costituisce una presa di posizione. La pratica clinica partecipa così, inevitabilmente, alla riproduzione o alla trasformazione dell’ordine sociale, rendendo la riflessività del terapeuta e l’attenzione alle dimensioni macrosociali elementi centrali di una psicoterapia eticamente ed epistemologicamente responsabile.

 

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[1] Psicologa e psicoterapeuta, PhD, svolge attività clinica, formativa e di ricerca. E’ didatta presso il Centro Bolognese di Terapia della Famiglia e coordinatrice della commissione ricerca SIPPR. Ha presentato relazioni a convegni nazionali e internazionali ed è autrice di articoli e contributi di ricerca in psicoterapia e sulla pratica clinica. Con Laura Fruggeri ed Elena Venturelli è coautrice del volume “Le competenze psicoterapeutiche” (Il Mulino, 2020), tradotto in inglese (Routledge, 2022) e in spagnolo (Editorial Sentir, 2023).

[2] Psicologa e psicoterapeuta, è Direttrice del Centro Bolognese di Terapia Familiare, dove svolge attività clinica, formativa e di ricerca. Ha tenuto e tiene corsi e seminari presso Università, Istituti di formazione e Centri di ricerca in Europa e nel Nord e Sud America. Ha presentato relazioni a convegni nazionali ed internazionali, ed è autrice di numerosi articoli, saggi e volumi pubblicati in Italiano, Inglese, Francese, Spagnolo e Tedesco. “Le competenze psicoterapeutiche” pubblicato in italiano dal Mulino nel 2020 è stato tradotto in inglese (Routledge, 2022) e in spagnolo (Editorial Sentir, 2023).

[3] Il caso qui presentato è già stato discusso in altra sede (vedi Balestra et al., 2025). Qui viene tuttavia presentato per mettere in evidenza un aspetto non affrontato prima: il posizionamento epistemologico e sociale della terapeuta e il processo autoriflessivo che l’ha guidata nell’interazione terapeutica

 

 

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