Depoliticizzazione Della Sofferenza Psichica E Ripoliticizzazione Della Psicoterapia: Una Proposta Sistemica

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Depoliticizzazione Della Sofferenza Psichica E Ripoliticizzazione Della Psicoterapia: Una Proposta Sistemica[1]

(Depoliticization Of Psychological Suffering And Repoliticization Of Psychotherapy: A Systemic Proposal)

Franco Della Maggiora[2]
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SOMMARIO

Il presente contributo esplora il fenomeno della "depoliticizzazione" nella psicologia clinica, definito come il processo di oscuramento delle dimensioni pubbliche e socio-economiche della sofferenza psichica. L'autore sostiene che la tendenza a individualizzare e medicalizzare il disagio, propria del modello neoliberale dominante, rischi di produrre una lettura riduzionista e lineare della psiche. Attraverso una prospettiva epistemologica sistemica, l'articolo propone una "ripoliticizzazione" della psicoterapia: un'operazione metodologica volta a reintegrare nel dialogo clinico i vissuti connessi al contesto sociale e alle dinamiche di potere.

Particolare attenzione è rivolta all'impatto delle premesse neoliberali — quali l'iper-responsabilizzazione dell'individuo, il sé imprenditoriale e l'imperativo della crescita — sulla salute mentale collettiva. L'analisi si focalizza specificamente sul tema del lavoro, esaminando come la precarizzazione, l'alienazione, i "bullshit jobs" e il fenomeno delle "grandi dimissioni" siano temi d’interesse psicoterapeutico. Concludendo con un richiamo all'etica di Gregory Bateson e alla lezione di Franco Basaglia, l'autore invita i clinici a una pratica riflessiva che riconosca la circolarità tra premesse personali, teorie scientifiche e modelli socio-politici per prefigurare nuove possibilità di benessere collettivo.

Parole chiave

Depoliticizzazione, Ripoliticizzazione, Neoliberalismo, Lavoro, Multiprocessualità.

 

ABSTRACT

This article explores the phenomenon of ‘depoliticisation’ in clinical psychology, defined as the process of obscuring the public and socio-economic dimensions of psychological suffering. The author argues that the tendency to individualise and medicalise distress, characteristic of the dominant neoliberal model, risks producing a reductionist and linear interpretation of the psyche. Through a systemic epistemological perspective, the article proposes a “repoliticisation” of psychotherapy: a methodological operation aimed at reintegrating experiences related to the social context and power dynamics into clinical dialogue.

Particular attention is paid to the impact of neoliberal premises — such as the hyper-responsibility of the individual, the entrepreneurial self and the imperative of growth — on collective mental health. The analysis focuses specifically on the theme of work, examining how precariousness, alienation, “bullshit jobs” and the phenomenon of “the great resignation” are topics of psychotherapeutic interest. Concluding with a reference to the ethics of Gregory Bateson and the lessons of Franco Basaglia, the author invites clinicians to engage in reflective practice that recognises the circularity between personal assumptions, scientific theories and socio-political models in order to envisage new possibilities for collective well-being.

Keywords

Depoliticisation, Repoliticisation, Neoliberalism, Labour, Multiprocessuality.

 

1. UNA STORIA (E INTRODUZIONE)

Marina è un’assicuratrice di quarant’anni. Ha un marito e un bambino di cinque anni. Arriva alla consultazione per uno stato ansioso condito di tristezza e disforia. Marina connette la sua sofferenza alle difficoltà di avere un secondo figlio. Con un’esplorazione temporale centrifuga (Boscolo e Bertrando, 1993) delineiamo il suo presente, le sue relazioni, il suo passato, il futuro, rappresentato dal desiderio condiviso col marito del secondo figlio. Poi il colloquio si sposta sul suo lavoro. Lo fa da quindici anni, le piace aiutare le persone a fare scelte che le possono tutelare.

Lei che spesso è polemica e diretta invece parla dei clienti con gentilezza, rispetto e senso di protezione. Però mi dice che è diventata incapace, debole, non si sente più all’altezza neanche lì. Mette l’accento su una sua presunta inadeguatezza. Mi faccio descrivere meglio il suo lavoro, da quando non si sente più capace… Ci pensa un attimo e dice che è stato un passaggio progressivo, poi connette:

“Da alcuni anni il lavoro è diventato gradualmente uno schifo…Ci vorrebbero far vendere robe indecenti, sono fregature… E io non ne sono CAPACE”

Le dico che forse la sua incapacità è invece una qualità etica, di attenzione e rispetto per gli altri.

Lei lo riconosce e mi dice: “E’ vero, io sono così, io ragiono così… Ma il mondo del lavoro che ho attorno no… Quando avrò il bimbo almeno starò un po’ lontana da questo schifo”.

Ovviamente Marina non voleva il bambino per scappare dal lavoro (c’erano ben altre motivazioni personali e relazionali), ma la vita di Marina, le sue relazioni, la sua identità, la sua sofferenza, s’iscrivono in una cornice culturale più ampia, quella di un modello socio-economico ben preciso, che in questo caso credo abbia avuto un influsso sulla sua sofferenza psichica, ma anche su quella di diverse altre persone che ho avuto modo d’incontrare in questi anni di pratica clinica: operai, liberi professionisti, insegnanti, precari…

L’ipotesi che voglio qui sviluppare è che la dimensione “politica” della vita talvolta non sia mai considerata consapevolmente e attentamente in psicoterapia e che ciò abbia effetti potenzialmente negativi. Mi riferisco a tale tendenza col termine di “depoliticizzazione”, costrutto già studiato in altre discipline ma che ritengo rilevante anche per la clinica psicologica.

La dimensione “politica” ritengo sia inevitabilmente connaturata all’approccio sistemico. Questo lavoro non viene certo per primo né come tema né come sforzo di sistematizzazione (vedi Wampler, Rastogi e Singh, 2020), ma è un tentativo di definire alcuni processi impliciti di natura epistemologica (e di conseguenza operativamente clinici) rilevanti nel nostro operare.

 

 

2. DEPOLITICIZZAZIONE E SOFFERENZA PSICHICA

2.1. Depoliticizzazione e politica

Il costrutto di depoliticizzazione nasce all’interno della filosofia e della sociologia politica e viene definito – in questi ambiti – come una forma di ritiro della classe politica (e quindi dello Stato) dall’intervento in un certo settore, coerentemente con un’ideologia politica liberale (Flinders e Buller, 2006; Ryan, 2017).

Ho pensato perciò che per utilizzare il termine “depoliticizzazione” applicato alla psicologia clinica e alla psicoterapia si debba partire da una riflessione sulle parole.

Il dizionario Treccani riporta due significati della parola “politicizzare” [3]: il primo è il seguente: “Attribuire carattere politico, portare su un piano politico ciò che dovrebbe per sua natura esserne estraneo”.

Spesso si attribuisce un valore negativo a termini come “politicizzare” e suoi derivati e infatti ciò si rispecchia neanche troppo velatamente anche nella definizione sopra riportata.

È utile inoltre chiedersi chi e in base a quali parametri stabilisce cosa dovrebbe o non dovrebbe avere carattere di estraneità rispetto a una dimensione politica e anche il sintagma “per sua natura” meriterebbe un’ulteriore riflessione di tipo epistemologico, perché implica la premessa che alcuni eventi o prodotti culturali abbiano una NATURA, ossia un’essenza intrinseca staccata dal contesto entro cui si danno.

In compenso – sempre nel dizionario Treccani – abbiamo anche un secondo significato, alternativo al primo: “Rendere interessato e partecipe dei problemi politici e sociali che caratterizzano l’epoca in cui si vive”, dotato di una sfumatura invece positiva.

A questo punto dovremmo ricordare il significato della parola fondamentale, ossia “Politica”.

Sempre dal dizionario Treccani deriviamo che il primo significato di “politica”[4] è “La scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica”.

Una prima riflessione è che questa definizione di “politica” ricorda nel suo aspetto essenziale il significato di un altro termine che ci riguarda molto in quanto sistemici, ossia quella di cibernetica: “cibernetica deriva dal greco kybernetike (téchne): arte di governare le navi, derivato di kiberno, <<io guido la nave>>, timoniere, colui/colei che definisce, dirige e controlla la direzione” (Telfener, 2003, p. 163).

Sia la politica che la cibernetica riguardano l’arte di governare, che nella visione di Wiener è caratterizzata dalla metafora della nave, ossia una guida che non può che essere interna al sistema governato e che non possiede il controllo totale sulle conseguenze delle proprie azioni.

2.2 Depoliticizzazione e psicoterapia: alcuni spunti.

Mark Fisher (1968 – 2017) è stato un poliedrico studioso britannico, morto suicida dopo aver vissuto a lungo una condizione depressiva.

Il suo libro più noto è “Realismo capitalista”, che esce nel 2009, nel pieno della crisi economica iniziata nel 2006. Fisher si riferisce a come il capitalismo sia diventato non più solo un modo di organizzare l’economia, ma anche un modo di pensare il mondo e di immaginare il futuro, rendendo difficile concepire alternative praticabili e rimanda a una frase (attribuita talora a Frederich Jameson, talora a Slavoj Zizek) che sintetizza: “E’ più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

In Realismo capitalista Fisher articola anche un abbozzo di relazione tra modello neoliberista, sofferenza psichica e medicalizzazione: “La chimico-biologizzazione dei disturbi mentali è strettamente proporzionale alla loro depoliticizzazione: considerarli alla stregua di problemi chimico-biologici individuali, per il capitalismo è un vantaggio enorme. Innanzitutto, rinforza la spinta del Capitale in direzione di un’individualizzazione atomizzata (sei malato per colpa della chimica del tuo cervello); e poi crea un mercato enormemente redditizio per le multinazionali farmaceutiche e i loro prodotti (…) ripoliticizzare la malattia mentale è un compito urgente per qualsiasi sinistra che voglia lanciare una sfida al realismo capitalista” (Fisher, 2009, p. 84-85).

Fisher considera la biologizzazione e individualizzazione dei disturbi psichici come un correlato del modello socio-politico-economico capitalista neoliberista, senza necessariamente ipotizzare una relazione di causa-effetto tra i due, credo però che sia utile focalizzarsi su tutte quelle descrizioni che non consentono di mettere in discussione la relazione (qualunque essa sia) tra modello socio-politico-economico e sofferenza psichica, che potremmo inquadrare sommariamente nelle seguenti categorie:

  • negazione attiva di una qualsiasi relazione (con eventuale – ma non necessaria - iper-responsabilizzazione del singolo);
  • minimizzazione degli eventuali effetti del modello socio-politico-economico sulla sofferenza psichica;
  • evitamento (più o meno attivo) della questione.

2.3 Depoliticizzazione, psicologia clinica e psicoterapia: note di metodo.

Nell’ambito psicologico-clinico e psicoterapeutico, Degerman (2020) connette la depoliticizzazione prevalentemente alla medicalizzazione della sofferenza psichiatrica: “Da tempo gli studiosi avvertono che inquadrare la sofferenza in termini psichiatrici può depoliticizzare i problemi, individualizzando e scollegando la sofferenza dai contesti in cui è nata e si è mantenuta” (Degerman, 2020, p. 1010). Qui l’autore coglie una sfumatura diversa rispetto a Fisher, poiché attribuisce un ruolo attivo al modello biomedico nella depoliticizzazione della sofferenza psichica.

Intendo allargare la definizione di “depoliticizzazione” fino a includere tutte le operazioni cliniche e terapeutiche connesse a qualsiasi forma di sofferenza psichica e proporre l’applicabilità del costrutto a qualsiasi modello socio-politico-economico, sull’onda dell’idea evocatami dal testo di Fisher.

Propongo quindi la seguente definizione:

La depoliticizzazione in psicologia clinica e in psicoterapia è un processo costituito da operazioni cognitive che consistono nel tentare di oscurare o sottrarre alla discussione teorico-clinica gli aspetti dell’esistenza connessi alla sua dimensione pubblica, ossia a tutto ciò (teorie e prassi) che riguarda la convivenza di soggetti in una società.

Escludere la politica dalla clinica ha come conseguenza una lettura riduzionista e lineare della sofferenza; ritengo inoltre che la sistemica sia l’approccio più utile per leggere gli effetti della dimensione politica sulla psiche individuale e collettiva, proprio grazie alla sua peculiarità epistemologica, che le consente di evitare un riduzionismo sociologico o economicista.

La dimensione politica va articolata all’interno di un’epistemologia sistemica e di un approccio biopsicosociale, per cui “non significa sostituire il riduzionismo biologico con quello psicosociale: nei suoi termini, il treppiede biopsicosociale che sostiene i pazienti[5] e la scienza della psicopatologia ha bisogno di tutte e tre le gambe per rimanere saldo” (Fanali, Giorgi e Tramonti, 2022, p. 2). Inoltre, a livello di metodo si precisa: “Ogni livello di analisi di un sistema complesso ha quindi caratteristiche specifiche, che spesso richiedono metodi di analisi e di intervento specifici, ma allo stesso tempo è costantemente collegato e coesistente con gli altri livelli” (p. 4).

  

3. NEOLIBERISMO E SOFFERENZA PSICHICA

3.1. Modelli economici, sociale e cultura

Possiamo intendere un modello economico non solo come dottrina pertinente a quest’area del sapere, ma anche come idea di sociale. Riguardo a ciò trovo utile la seguente definizione di Kirmayer (2025): “Il «sociale» indica tutte le configurazioni della vita di gruppo progettate e generate dagli esseri umani, che coinvolgono reti su più scale (…) Queste reti creano contesti sociali, nicchie, identità e forme di appartenenza e interazione con sistemi dinamici che modellano le cause, l'espressione, il decorso e l'esito dei disturbi mentali” (p. 771).

In una prospettiva antropologica la cultura è qualcosa di più di qualcosa di esteriore a noi, poiché diventa parte inscindibile delle nostre corporeità, le produce e da esse viene prodotta, secondo un processo antropopoietico[6] descritto da Remotti (2013).

Coppo (2003) a sua volta intende la cultura come “la dimensione collettiva in cui i singoli si immettono per diventare umani (…) non solo come l’insieme dei prodotti immateriali (lingue, religioni, miti, sistemi matrimoniali ecc.) ma anche degli oggetti, degli artefatti, delle strategie di sopravvivenza, dei modi di produzione, propri di un determinato gruppo in una determinata fase della sua storia e in relazione con uno specifico ambiente” (p. 82).

In prospettiva etnopsichiatrica la cultura ha una funzione patoplastica e patogenetica (Devereux, 1980) rispetto alla sofferenza psichica[7]; a tal proposito Bettache (2024) considera il capitalismo come fonte di sindromi culturali connesse alle sue premesse, quali competitività, la valorizzazione di sé, l'individualismo e il materialismo.

 

3.2 Modello neoliberale e società.

Mi concentrerò sulla forma di società caratterizzata dal modello neoliberale (nelle sue molteplici varianti), poiché noi e i nostri pazienti in essa viviamo; quindi, è quella più rilevante, ma la mia proposta analitica può essere applicata a qualsiasi altro modello di società, poiché aspira a essere uno strumento metodologico.

Scegliere di evidenziare nel colloquio clinico gli elementi connessi al livello socio-politico-economico (nel pieno rispetto deontologico dell’autonomia del paziente) non è un’operazione “ideologica” o “manipolatoria”, bensì sicuramente “politica”, nel senso ampio che alla parola abbiamo fin qui attribuito (e quindi legittimamente clinica).

Infine, includere nella conversazione terapeutica il livello socio-politico-economico può non essere rilevante o non essenziale per il paziente o per il nostro giudizio clinico, ad esempio perché i valori del paziente rispecchiano e si adattano al modello neoliberale o perché altre tematiche sono prioritarie in quel momento (è perciò fondamentale un approccio di tipo multiprocessuale: Fruggeri, Balestra e Venturelli, 2020). Tale valutazione è lasciata chiaramente al giudizio e alla responsabilità dello psicoterapeuta.

Altro interrogativo (non meno importante, ma connesso ad altro livello di significato e ad altra sede approfondimento) è invece chiedersi se e in che misura le premesse neoliberali siano comunque foriere di sofferenza globale a livello individuale, collettiva, ambientale…

 3.2.1 Neoliberalismo ed egemonia culturale

Riguardo al neoliberalismo, possiamo affermare che è la dottrina socio-politico-economica dominante degli ultimi cinquant’anni (Heywood, 2013).

Sinteticamente, le politiche neoliberiste attuali hanno come dogmi la libera iniziativa, il libero mercato e relativi corollari, ma in modo ancora più spinto rispetto al capitalismo classico: in esse l’unico ruolo auspicato dello Stato è quello d’imporli in ogni modo, l’individuo è lasciato totalmente alla sua capacità autoimprenditoriale, in una logica dove la cooperazione è un impaccio.

Da qui in avanti (seguendo Ciccarelli, 2022) userò il termine “neoliberalismo” quando intenderò indicare prevalentemente la dimensione sociopolitica, mentre “neoliberismo” quando mi riferirò allo specifico della dimensione economica.

Thatcher viene spesso ricordata per la frase: “Non esiste la società. Esistono solo gli individui”. Il passaggio completo dell’intervista però afferma: “(…) e chi è la società? Non esiste una cosa del genere! Ci sono singoli uomini e donne e ci sono famiglie e nessun governo può fare nulla se non attraverso le persone, e le persone guardano prima a sé stesse. È nostro dovere prenderci cura di noi stessi e poi anche di aiutare a prenderci cura del prossimo” (Thatcher, 1987; p.10).

Si può desumere una visione di una società composta di persone (uomini e donne, in una logica binaria) ma anche da famiglie, mosse prima di tutto da un interesse personale competitivo (“le persone guardano prima a sé stessi”).

Infine, si evidenzia l’idea di una società dove i vincoli di solidarietà extrafamiliari si riducono alla sfera della compassione: Thatcher (1992) non tollerava che si usasse il termine “classe sociale”, poiché avrebbe significato portare l’attenzione su queste ultime due dimensioni.

Infine, non si è accontentata di realizzare politiche su un piano concreto, ma aveva capito che l’egemonia culturale[8] era necessaria: “L’economia è il mezzo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima” (Thatcher, 1981).

Thatcher era una liberale in economia, ma anche una conservatrice da un punto di vista sociale, fautrice della famiglia nucleare “tradizionale”, la quale può - questa sì, non certo la Società – negare la libertà individuale in nome del potere della famiglia[9].

Per questi motivi il neoliberalismo è considerato una sintesi potente tra liberalismo e conservatorismo (Ciccarelli, 2022), ma è anche depositario delle contraddizioni conseguenti alle incongruenze tra le due ideologie, fino a un’incoerenza tra i dichiarati valori di meritocrazia e sviluppo individuale/progresso (livello esplicito) e le riscontrabili dinamiche (implicite ma pervasive) del familismo.

3.2.2 Società degli individui: cosa potrebbe mai andare storto…

Ritengo significativo ricordare un fatto di cronaca politica inglese.

Sembra che la società degli individui (e delle famiglie) auspicata dalla Thatcher abbia avuto come esito (non necessario né deterministico, ma immaginabile come possibilità da qualunque sistemico) l’esigenza dell’istituzione nel gennaio 2018 di un ministero della Solitudine[10] (Walker, 2018), proprio a opera di un governo conservatore, incaricato di risolvere i problemi sociali legati al fenomeno.

Tale iniziativa si fondava sul rapporto della commissione parlamentare voluta dalla deputata laburista Jo Cox[11]. In seguito a ciò, un governo conservatore, erede delle idee thatcheriane, ha introdotto iniziative ispirate a una visione della società alquanto diversa, come si legge nel primo policy paper dal titolo “A connected society” (United Kingdom Government, 2018), dove già le due parole (società connessa) avrebbero fatto sobbalzare Thatcher.

In chiave sistemica verrebbe da ipotizzare che le idee del neoliberalismo abbiano attivato un’escalation simmetrica distruttiva, un feedback positivo tra premesse e azioni, che anche i neoliberali se ne siano accorti e abbiano cercato un correttivo a un processo iniziato da loro stessi con una finalità cosciente ma avente ben altri obiettivi, senza però la capacità di prevederne alcuni esiti. Lungi dal pensare che le idee neoliberali della Thatcher abbiano causato i problemi della solitudine in terra inglese in modo lineare, meccanicistico e deterministico (sarebbe un pensiero assolutamente poco sistemico), è però suggestivo cercare di connettere premesse culturali condivise e conseguenze pragmatiche.

Forse, da qualche parte Gregory Bateson si chiede sornione: «Allora? Come va con questa società degli individui?» e ci ricordava già nel 1972 (nel capitolo “Le radici della crisi ecologica” contenuto in “Verso un’ecologia della mente”) la potenziale distruttività di alcune delle idee centrali della società neoliberale, originatesi con la rivoluzione industriale, tra cui la contrapposizione individuo/ambiente, l’individualismo e altre: “Noi sosteniamo che queste idee si sono semplicemente dimostrate false alla luce delle grandi, ma in definitiva distruttive, conquiste della nostra tecnica” (Bateson, 1972, p. 537).

Nello specifico del capitalismo neoliberista, un altro aspetto da considerare è condensato nel motto “There is no alternative” (in italiano: "Non c'è alternativa"; acronimo: TINA), uno slogan politico secondo cui il capitalismo è l'unico sistema economico possibile. Usato da Margaret Thatcher fin da inizio anni Ottanta del Novecento e successivamente anche da leader non propriamente conservatori[12], tale motto condensa in sé le seguenti premesse:

  • delegittima e scredita qualsiasi alternativa già presente (possiamo dire che è una visione suprematista);
  • sostiene che non ce ne possono essere altre future di equivalenti e perché no, migliori (toglie perciò ogni principio di speranza e di possibilità di cambiamento).

Sottende quindi un’idea che chiude al futuro e al cambiamento.

Ma veniamo alle premesse neoliberali e come si possono connettere alla sofferenza psichica attuale.

3.3 Premesse neoliberali e sofferenza psichica

Adams, Estrada-Villalta, Sullivan e Markus (2019) evidenziano quali siano le tendenze psicologiche prevalenti sottese all’ideologia neoliberale e allo stesso tempo sottolineano come le stesse premesse neoliberali abbiano impregnato la psicologia stessa (anche clinica: Smoliak, Rice, Rudder, Tseliou, LaMarre, LeCouteur, Gaete, Davies ed Henshaw, 2023) e le sue conseguenze pratiche, sottolineando come tale rischio si corra “studiando i processi psicologici indipendentemente dal contesto culturale-ecologico o storico” (p. 2) e definiscono “il neoliberismo come un modello culturale che comprende sia (a) un programma politico-economico che enfatizza il governo limitato e la deregolamentazione dei mercati, sia (b) un'ideologia culturale che enfatizza la libertà rispetto ad altri valori liberali (ad esempio, l'uguaglianza)” (p. 4).

Tornando alle premesse psicologiche tipiche del neoliberalismo, gli autori propongono i seguenti temi:

  • un senso di libertà dai vincoli che offre un'esperienza di radicale astrazione dal contesto, ossia un perfetto esempio d’insensibilità al batesoniano pattern che connette;
  • la creazione di un sé imprenditoriale, come un brand che si espone in modo individualistico al rischio del fallimento[13];
  • un imperativo di crescita individuale e realizzazione personale come chiave per il benessere[14];
  • un'enfasi sulla regolazione emotiva come chiave per il successo personale: l’attivazione necessaria a raggiungere questi obiettivi richiede un arousal adeguato a fronteggiare i rischi ed energizzare il sé imprenditore.

Secondo gli autori tali temi – sviluppatisi originariamente all’interno dell’individualismo liberale (a partire da Locke e dall’Illuminismo) – sono diventati sempre più influenti con l’egemonia neoliberale.

Gli autori esplorano come ognuna di queste premesse si esplichi al livello socio-economico e al livello psicologico-culturale, evidenziandone potenzialità e rischi.

I rischi insiti in queste premesse possono essere sommariamente riassunti nei seguenti:

  • iper-responsabilizzazione dell’individuo;
  • scotomizzazione delle possibilità reali consentite dal contesto;
  • sottovalutazione (quando non svalutazione) dei legami e delle appartenenze (come evidenziato - tra gli altri - da Latour, 2000);
  • implicita imposizione di un modello unico di costruzione della propria identità, basato sull’espansione e sull’adattamento acritico al contesto piuttosto che – ad esempio – sull’approfondimento degli aspetti di sé che non si adattano a un modello di vita neoliberale.

A tal proposito il concetto di “meritocrazia” va sottoposto anch’esso ad analisi. In questa sede non è possibile farlo, ma è curioso rilevare che tale termine nasce con una connotazione negativa e a ben vedere profetica (Young, 1958), intendendo con esso un’ideologia che porterebbe all’amplificarsi delle differenze di partenza tra gli individui, proprio a causa della mancata considerazione del privilegio iniziale di alcuni. Non manca comunque una fiorente letteratura critica recente su questo argomento (tra gli altri Boarelli, 2019; Littler, 2018; Sandel, 2020).

3.4 Ripoliticizzare la sofferenza psichica

Ripoliticizzare la psicoterapia è restituire al pensiero e al dialogo psicoterapeutico temi politici che hanno anche rilevanza personale come il lavoro, la scuola, la sanità… esplorando non solo quello che accade concretamente nelle relazioni entro questi contesti, ma anche le premesse (delle persone, le proprie, quelle della propria disciplina, del proprio contesto sociale, ristretto e ampio, specialmente quelle di natura economicista) che si ritengono – congiuntamente alla persona – rilevanti e di come ad avviso della persona influiscano negativamente o positivamente (o per nulla) sulla propria sofferenza.

Rispetto alle proprie premesse politiche personali, rimandiamo alla cibernetica dei pregiudizi di Cecchin, Lane e Ray (1997), alla necessaria consapevolezza dei propri pregiudizi politici e di come interagiscono con la realtà e con quelli del paziente, utilizzando la curiosità (Cecchin, 1987), per aiutare la persona ad ampliare il proprio punto di vista.

Inoltre, ripoliticizzare prescinde dal sistema socio-economico-politico, poiché è un’operazione epistemologica e metodologica, che può essere applicata a qualsiasi sistema socio-economico-politico (che sia questo un’autocrazia, una dittatura ecc…).

In questo senso il principio di multiprocessualità proposto da Fruggeri, Venturelli e Balestra (2022) ritengo che sia uno dei tentativi più fruttuosi e metodologicamente solidi di ripoliticizzare la psicoterapia e da un punto di vista strettamente metodologico la raccomandazione per i clinici è la seguente: “I tre livelli dei processi individuali, interpersonali e sociali sono tra loro interconnessi; tuttavia, per l’intervento terapeutico è necessario individuare, caso per caso, quale livello dà senso all’intero intreccio” (Fruggeri, Balestra e Venturelli, 2020, p. 222).

Al fine di ripoliticizzare la clinica possono essere utili altri spunti che arrivano dal nostro stesso campo, come un pensiero di terzo ordine che ci possa aiutare a descrivere le relazioni al livello del sociale, della cultura e delle dinamiche di potere (McDowell, Knudson-Martin e Bermudez, 2019, p. 12).

Inoltre può essere opportuno considerare quello politico come un livello che ha una significativa rilevanza extraterapeutica[15] sulla vita dei nostri pazienti, che può quindi essere incluso nel pensiero e nel dialogo clinico condiviso: “Da una prospettiva sistemica, possiamo dire che nulla a priori (…) ricade fuori dall’ambito della psicoterapia (…) Gregory Bateson ha informato una concezione della terapia  come parte di un processo mentale esteso - non confinato alla mente individuale” (Tramonti, Saviozzi, Ferrante, Saliani, Galeazzi, Vatteroni, Genovesi, Di Vecchio, Možina, 2024, p. 6).

Infine, vanno presi in considerazione i contributi dell’etnopsichiatria, in particolare quando si misura con gli esiti dei traumi collettivi conseguenti alle violenze inflitte da gruppi umani ad altri gruppi umani, ove il costrutto di PTSD rischia di oscurare la dimensione storico-politica della violenza, individualizzando e decontestualizzando la sofferenza conseguente. (vedi Sironi, 2007).

Ecco alcune possibili domande da porci in quanto clinici, utili per favorire una pratica riflessiva attenta alla ripoliticizzazione (Telfener e Bianciardi, 2014; Fruggeri, Balestra e Venturelli, 2020):

  • Quanto poniamo attenzione alla dimensione politica specifica della vita delle persone
    (e delle loro relative premesse)? E della nostra?
  • Quanto alla dimensione politica del vivere collettivo che riverbera sulla vita delle persone? E sulla nostra? Quanto alla dinamica tra premesse politiche personali e ideologie (talora esse stesse gravide di paradossi e contraddizioni)?
  • Quanto riflettiamo sulla circolarità tra premesse personali, teorie, pratiche cliniche adottate e dimensione politica che ci troviamo a vivere?
  • Che riflessioni facciamo sulle conseguenze dell’elusione della dimensione politica dai nostri colloqui clinici?
  • Siamo consapevoli di come le nostre prassi siano imbevute di visioni politiche personali o eteronome (più o meno consapevoli, più o meno subìte o non messe in discussione)?
    Di come impattino sulla vita delle persone attraverso il nostro agire clinico? E che conseguenze abbiano le retroazioni reciproche tra noi e le persone?

E via dicendo…

 

 4. IL LAVORO, LA SOFFERENZA PSICHICA, LA VITA…

4.1. Repubbliche fondate sul lavoro…

Ho scelto il tema del lavoro per provare a fornire un esempio concreto di ripoliticizzazione della psicologia clinica poiché si tratta di un tema di grande impatto sulla vita delle persone, spesso portato da queste ultime in terapia.

Una prima lente è quella giuridica: qual è il valore riconosciuto formalmente da uno stato al lavoro? La risposta a tale domanda fornisce informazioni sugli atteggiamenti culturali e sulle condizioni materiali a esso connesse.

Per quanto ci riguarda la risposta è nella Costituzione della Repubblica Italiana, nata dopo il tragico ventennio fascista ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948, che immediatamente afferma: “Articolo 1 – L’Italia è una repubblica, democratica, fondata sul lavoro”.

Dalla Costituzione si desume anche quale fosse l’idea di lavoro nell’Italia degli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale (vedi Zagrebelsky, 2013).

Sono passati decenni, le premesse racchiuse nella nostra Carta fondativa hanno caratterizzato l’approccio al lavoro di almeno una/due generazioni di lavoratori, condensato nelle seguenti citazioni di due tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento.

Primo Levi, in un suo romanzo, “La chiave a stella” (1978), dedicato proprio al tema del lavoro, così scriveva: “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra” (p. 81).

Mario Rigoni Stern, amico dello stesso Levi, in un’intervista video del 1999 afferma: “Non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro, fatto dall’uomo che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento, un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo (…) E allora dico anche questo, no: una catasta di legno ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella” (Rigoni Stern, in Mazzacurati e Paolini, 2006).

Levi e Rigoni Stern esprimono in pieno le premesse insite nella Costituzione, figli essi stessi del medesimo contesto: lavoro come fonte di dignità, di soddisfazione e gratificazione al di là dell’aspetto economico, di creatività, di crescita personale (intesa ovviamente non in senso neoliberista). Infine, e soprattutto, lavoro come attività significativa subordinata alla persona e non viceversa.

Tali premesse hanno impregnato per decenni l’idea di lavoro in Italia. Ma oggi?

 

4.2 …precarizzazione, bullshit jobs and great resignations.

Il lavoro – anche quello più stimolante e amato – rimane comunque un’occupazione finalizzata al procacciamento delle risorse necessarie a vivere.

Dagli anni Settanta dello scorso secolo, che hanno visto l’apice dei diritti e del potere per i lavoratori dipendenti, gli stati e le imprese hanno ripreso a perseguire una maggiore libertà nella gestione dei rapporti di lavoro, una “flessibilità” (Sennett, 1998) che ha coinciso con la perdita del potere dei lavoratori. Negli anni Ottanta la rivoluzione neoliberista ha perseguito una deregolamentazione selvaggia delle norme in materia di lavoro, fino ad arrivare ad oggi dove il lavoratore della gig economy rappresenta un mondo di soggetti disconnessi tra loro, senza potere di rivendicazione e di tutela. In particolare, la precarietà comporta l’annullamento della progettualità futura (Sennett, 1998). Standing (2011) evidenzia inoltre che la precarietà non è solo caratterizzata da condizioni materiali e psicosociali specifiche, ma è anche l’attributo principale di una nuova classe sociale che ha sostituito il proletariato, ossia il precariato.

Oggi possiamo riesumare anche il concetto marxista di alienazione (Marx, 1844) aggiornandolo e arricchendolo con le descrizioni dei cosiddetti “bullshit jobs” (“lavori senza senso”), teorizzati da David Graeber (2016), per cui tale lavoro è caratterizzato da un grado così forte d’inutilità che nemmeno chi ne è incaricato è in grado di trovare alcuna ragione per svolgerlo. Un esempio consiste nel dilagare della dimensione burocratica, che sottrae sempre più tempo allo svolgimento del “core” della propria mansione.

Francesca Coin (2023) esplora poi il fenomeno delle “great resignations” (grandi dimissioni), in cui un numero rilevante di lavoratori ha lasciato il posto di lavoro a partire dall’estate 2021, prima negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa, quasi sempre senza avere un’alternativa.

Un aspetto che l’autrice approfondisce è il problema della descrizione di un luogo di lavoro usando le metafore di famiglia, matrimonio o passione. Tali metafore riescono ad alterare le regole che normano il rapporto lavorativo e comportano un deterioramento delle condizioni di impiego, perché non vengono considerati aspetti essenziali (dimensioni dei diritti e dei doveri normati per legge e della retribuzione, per fare un paio d’esempi) che caratterizzano il contesto lavorativo.

La tentazione diventa quindi la fuga, ma anch’essa è una salvezza per pochi.

Le grandi dimissioni possono essere lette in ottica sistemica come un tentativo di soluzione che rimane entro le premesse del sistema neoliberale: è spesso – bene che vada – un apprendimento uno (Bateson, 1972). Premettendo il rispetto per qualsiasi tentativo di cambiamento delle persone, possiamo sperimentare un’analisi di questo tipo, riprendendo la griglia concettuale di Adams, Estrada-Villalta, Sullivan e Markus (2019):

- nelle «grandi dimissioni» di solito permane l’astrazione radicale del sé dal contesto, poiché la fuga è senza consapevolezza del contesto ed è individuale, senza legami (i legami sono un peso), si fugge da soli, in una logica del “si salvi chi può”;

- fuggire è un fuggire in cui ci si salva col proprio ingegno e le proprie risorse, altrimenti è la fine (concezione imprenditoriale del sé);

- persiste anche una logica di crescita continua (progetto di sviluppo continuo) in cui l’idea di sviluppo spesso è definita come mero «qualcosa di più» (di cui non si discute la qualità), come in economia. Le persone fuggono spesso nella speranza di ottenere un miglioramento professionale, senza mettere in discussione le premesse neoliberali sottostanti alla maggior parte delle occupazioni lavorative;

- infine, c’è anche qui un'enfasi sulla gestione degli affetti per l'autoregolazione, intendendo con «autoregolazione» spesso qualcosa che ha a che fare con un’idea meccanicista lineare determinista del controllo, non certo con un’idea cibernetica wieneriana: si deve riuscire a controllare le proprie emozioni per direzionarle verso il nuovo obiettivo lavorativo.

 

5. CONCLUSIONI.

“La nostra società attuale preferisce definirsi <<malata>> anziché riconoscere nelle proprie contraddizioni il prodotto del sistema su cui si fonda. In un certo senso, la malattia deresponsabilizza sia la società che il singolo [..] La faccia sociale della malattia mentale potrà forse incominciare a mutare attraverso la nuova cultura che verrà creandosi e, forse, sarà possibile incominciare ad occuparci della malattia in quanto tale”

(Franco Basaglia, 1982, p. 45-46).

 

La citazione di Basaglia è un doveroso omaggio a chi per primo – dal mio punto di vista – ha ripoliticizzato la salute mentale in Italia.

La presente proposta è un abbozzo di mappa per esplorare, assieme ai nostri pazienti, magari non solo e non tanto nello spazio psicoterapeutico duale, ma anche in spazi di gruppo connotati in modo non clinico, in modo rispettoso (secondo la lezione di Gianfranco Cecchin: Ganda e Canova, 2023), alternative che creino benessere psichico (senza pretendere che debbano essere risolutive né tantomeno esclusive) e che possano prefigurare un diverso futuro, non solo individuale ma anche collettivo, ricordando sempre il messaggio etico e poetico di Gregory Bateson: “Non il mondo com'è/né come dovrebbe essere” (Bateson e Bateson, 1987, p. 18).

 

BIBLIOGRAFIA

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[1] Il presente articolo è una rielaborazione della presentazione fatta al congresso SIRTS 2025 “Clinica sistemica e frammentazione dei contesti - Cura dei legami e nuove complessità”.

Ringrazio la professoressa Luciana Brandi, già professoressa associata di Psicolinguistica all'Università degli Studi di Firenze, per le sue riflessioni su quanto ho scritto, ennesima occasione che mi ha dato per ricordare la necessità del rigore metodologico, senza il quale ogni immaginazione diventa confusione.

[2] Psicologo Psicoterapeuta, formato al Centro Bolognese di Terapia della Famiglia. Allievo didatta presso L'Istituto di Psicoterapia Relazione "Corrado Bogliolo" di Pisa. Dopo dieci anni di libera professione, dal 2012 lavora nell'Unità Funzionale Salute Mentale Adulti Zona Distretto Valle del Serchio - Azienda USL Toscana Nord Ovest, dove si occupa di psicologia clinica e psicoterapia sistemica, con particolare attenzione alla salute mentale di comunità, ai disturbi del neurosviluppo (è referente di zona dell'équipe autismo adulti) e all' etnopsicologia clinica. I suoi interessi di ricerca sono situati all'intersezione tra epistemologia, teoria della clinica e dimensione politica.

[3] https://www.treccani.it/vocabolario/politicizzare/

[4] https://www.treccani.it/vocabolario/politica/

[5] In passato si è ritenuto che il termine “paziente” medicalizzasse la sofferenza, mentre si pensava che la parola “cliente” fosse più neutra. Oggi ritengo che la parola “cliente” possa a sua volta portare premesse specifiche, proprio quelle del modello neoliberista e non sia quindi così neutra. Userò perciò ogni qualvolta sia possibile la parola “persona” (a significare la dimensione puramente umana e agentiva), mentre qualora quest’ultimo termine risulti testualmente problematico userò “paziente”, attribuendogli il valore di persona portatrice di una sofferenza, mettendo tra parentesi la dimensione ontologica ed eziologica attribuibile.

[6] L'antropoiesi è un processo attraverso cui tutti i gruppi umani mettono in forma (plasmano, danno una riconoscibilità e una funzione) corpo, mente e modalità comportamentali dei loro membri. Ciò accade continuamente (per tutta la vita), quasi sempre in modo implicito, sia attraverso le prassi quotidiane, sia esplicitamente in alcuni momenti rituali di tipo iniziatico. L’antropopoiesi ha il fine di rendere i membri di un gruppo umano in grado di vivere nel contesto storico e geografico specifico dove esistono. È quindi un processo fortemente politico, perché nella sua declinazione concreta deriva dalla risposta alla domanda: che tipo di umano vogliamo (costruire) per la nostra società? Ma - circolarmente - anche alla domanda: che società vogliamo?

[7] Devereux (1980) distingue tra funzione patoplastica e funzione patogenetica delle culture. La prima riguarda il modo in cui la cultura dà forma all’espressione dei disturbi psichici (la loro fenomenologia, potremmo dire), la seconda invece si riferisce a come una cultura “attiva” un disturbo psichico, in conseguenza della relazione tra azioni, cognizioni ed emozioni dei soggetti e valori e norme culturali di riferimento (riguarda in un certo qual modo principalmente la dimensione eziologica).

[8] Così come definita da Antonio Gramsci nei “Quaderni del carcere”, editati per la prima volta tra il 1948 e il 1951, ma di cui si segnala l’ultima edizione critica del 1975.

[9] Ad esempio, come ben rappresentato nel film di Ken Loach “Family life” (1971).

[10] In realtà si tratta di un Sottosegretario di Stato per lo sport, la società civile e la solitudine, ma è stato popolarmente definito come Ministero.

[11]t Helen Joanne Cox, detta Jo (22 giugno 1974 – 16 giugno 2016) è stata una parlamentare laburista uccisa da un estremista di destra. Il suo lavoro per la commissione trasversale sulla solitudine da lei voluta è stato portato avanti dalla deputata tory Seema Kennedy e dalla laburista Rachel Reeves, fino alla stesura del report conclusivo del dicembre 2017 (Jo Cox Commission on Loneliness, 2017).

[12] tra i quali Gerhard Schröder, ex primo ministro socialdemocratico della Germania a inizio anni Duemila.

[13] una concezione imprenditoriale di sé è ipotizzabile ogni qualvolta si utilizzi un lessico economista/aziendalista per descrivere sé, le proprie relazioni, i propri sistemi significativi, i propri obiettivi, i propri valori.

[14] Il costrutto di “crescita personale” meriterebbe già da solo un’indagine approfondita, perlopiù che nella sociologia è già stato esplorato da autori come Richard Sennett (1998) e più recentemente Eva Illouz (2007).

[15] La letteratura sui fattori extraterapeutici include in essi sia fattori soggettivi (per esempio, la personalità) che ambientali (eventi di vita, risorse sociali…), che possono influire positivamente o negativamente sul decorso del processo terapeutico ma che non pertengono direttamente a esso, anche se in una prospettiva sistemica non è possibile separare ciò che accade in terapia da ciò che accade nella vita quotidiana (Tramonti, Saviozzi, Ferrante, Saliani, Galeazzi, Vatteroni, Genovesi, Di Vecchio e Možina, 2024).

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